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Voce di Allen, addio

Una vita a prendere in giro i politici: buonissima satira, senza oltrepassare mai la soglia del buon gusto. Parolacce zero, in ossequio ad un varietà intelligente. Esposto con baldanza, classe, talento, sul palcoscenico e in televisione. È morto Oreste Lionello, cinquanta anni e passa a donare sorrisi al suo pubblico: nato a Rodi, in Grecia, da genitori calabresi, romano d’adozione.

Fu lui l’artefice della formidabile imitazione di Giulio Andreotti. Risate a crepapelle, il tradizionale ghigno del senatore a vita. Andreotti – che, nella vita privata, è un buontempone, amante delle battute e del far ridere – ci scherzava su, ammettendo che “Lionello mi ha reso più brutto di quanto realmente sia”. Uomo intelligente, di estrazione politica di destra ma amato anche a sinistra.

Le sue imitazioni dei politici di turno erano riuscitissime. Giochi sottili, dialoghi mai banali, allusioni, doppisensi. Un fantastico professionista, che il teatro romano del Bagaglino, a due passi da Piazza di Spagna e dalle “botticelle” del centro di Roma, adottò negli anni con grande trasporto. Formidabile doppiatore: anni di voce prestata a Peter Sellers, Groucho Marx, Jerry Lewis, Marty Feldman.

Soprattutto a Woody Allen: Lionello coniugava benissimo – e rendendo di ciò partecipi gli spettatori – le proverbiali pause dell’attore americano, i suoi balbettii, i suoi tentennamenti, quei suoi dialoghi/monologhi nevrotici. Hanno raccontato gli amici di Oreste – nei giorni successivi alla sua scomparsa – che l’incontro tra lui e Woody Allen si materializzò al Campidoglio, complice una iniziativa dell’allora Sindaco di Roma, Veltroni. Allen conosceva la sua voce italiana ma mai l’aveva incontrato di persona.

Fu un incontro spettacolare, in cui agli astanti, per un momento, quasi sembrò di non rendersi conto di chi incarnasse il clone e l’originale. Attore vero, appassionato, Lionello. Che conosceva le difficoltà del mestiere: quello di far ridere. Lui si considerava un figlio del Dopoguerra: gavetta lunga, tribolata, re dell’avanspettacolo. Ricordava sempre con affetto i compagni dell’Accademia, mica gente qualunque: Nino Manfredi, Bice Valori, Paolo Panelli, Tino Buazzelli, Giancarlo Sbragia.

Personaggi che avevano il teatro nel sangue, fuoriclasse del palcoscenico. A poco meno di trent’anni eccolo a Radio Roma lanciato come comico-musicale, autore e interprete. Una sua indubbia virtù? La versatilità di calarsi nei personaggi, rendendoli umani, vicini alla gente.

Figura minuta, sorrisi intelligenti, occhi nascosti dietro grandi lenti. La capacità (unica), osservando un personaggio, di entrare da subito nelle sue pieghe. Dilatando i possibili difetti. Il tutto costruito con cura, attenzione. Caricature che mai offendevano. Satira bella, pungente, come sempre dovrebbe essere. Ironia e leggerezza sulla politica: ecco perché senza di lui Montecitorio sembrerà meno umana. Alla stregua dei films di Allen, senza il suo sostegno.

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