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Veltroni, le ultime ore

Gli indizi del voto in Sardegna, l’isola concessa al centro-destra e a Berlusconi, sono diventati chiari sin dal primo pomeriggio quando è diventato palese che vincere la tornata elettorale sarebbe stato impossibile.

Lo sfratto in Sardegna – con il candidato della sinistra, Soru, lontano anni luce, nel computo delle schede, dal rivale Cappellacci, figlio di uno dei commercialisti del Presidente del Consiglio, imposto, con successo, stando i risultati conclusivi, anche davanti alle iniziali obiezioni di molti esponenti di spessore di Forza Italia – si sommava allo stop patito mesi fa in Abruzzo.

Troppo, a pochi mesi dalle prossime Amministrative ed Europee, per far evaporare la clamorosa disfatta senza alcuna reazione. Walter Veltroni ha ripassato in pochi minuti la sua esperienza di Segretario del Partito Democratico. Le istantanee del Lingotto, a Torino, quando i vagiti del nuovo Partito hanno preso luce, sommando il passato di Ds e Margherita.

L’inizio della campagna-elettorale, il pullman verde che ha solcato lo Stivale con il suo correlato carico di vagheggiati cambiamenti. Veltroni ha perduto la sfida a Berlusconi: ha ammesso – il giorno dopo la sconfitta elettorale in Sardegna – le sue responsabilità. Gettando la spugna, trasmettendo il testimone a chi ora verrà: dimettendosi, evento raro – e per questo apprezzabile – in questa Italia perennemente inquieta, in cui lasciare la poltrona, abbandonare privilegi, diventa spesso esercizio sterile e non praticato.

Ha forse ripensato, Veltroni, all’incauta alleanza con Di Pietro, eccessivo nelle sue farse di diniego verso il Premier, addirittura il Presidente della Repubblica. Pensi all’eredità veltroniana e immediato ecco il pensiero rivolto all’estrema sinistra, mollata – prima delle scorse elezioni politiche – dall’ex-Segretario del Pd, ora neppure rappresentata – stante gli irrilevanti risultati raggiunti – a Montecitorio.

Facile che adesso, uscito di scena Veltroni, i seguaci di Bertinotti, Diliberto, dei Verdi tornino a flirtare con il successore del vecchio Segretario, ammesso e non concesso che il Partito Democratico riesca a governare l’implosione in atto, flagellata dai venti di decine di correnti interne. È questo il passaggio a cui Veltroni, nella conferenza-stampa di commiato, si è maggiormente soffermato.

È mancato il tempo per valutare la voglia di rinnovamento del Partito. Per soppesarne il reale antagonismo alla destra. La base ha chiesto tutto e subito, arrivando ad esempio ad imputare a Veltroni l’assenza dal Paese (era a New York) nel periodo della dura lotta per Alitalia, decine di migliaia di posti di lavoro a rischio.

La sinistra che scricchiola, l’ideologia smarrita mentre Berlusconi, dall’altro versante, misura ormai un successo folgorante, scandito da trionfi in serie. Veltroni ha cercato di scacciare l’incubo, tirandosi indietro con dignità. Ammettendo colpe, strategie errate. Sarà solo un deputato, d’ora in poi. Senza scorta e auto blu.

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