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Tirannia Inter

Mancini eguaglia Capello, capace di vincere col Milan tre scudetti di fila, nei primi anni Novanta. Mancini meglio pure di Lippi che mai, con la Juve, pur vincendo molto altro, si cucì, consecutivamente, tre tricolori sul petto. Giusto cominciare dal nocchiero: magari antipatico, in qualche esternazione, ombroso e irascibile ma oggettivamente capace, bravo nell’addomesticare gli umori tradizionalmente ondivaghi (e dunque pericolosi) del mondo-Inter.

Tre scudetti di fila, dipinti di nerazzurro: se non è una tirannia sportiva poco ci manca. Tricolore sofferto, più umano, arrivato nell’ultima mezz’ora del campionato: nulla a che vedere con quanto accaduto la scorsa stagione, Inter già sicura del titolo con l’avvento della primavera. Nerazzurri spietati più che belli, praticamente di ferro fino a gennaio. Capaci di scardinare la concorrenza, di guadagnare la vetta del campionato e di non mollarla più.

La prima prova di forza? Un sabato di settembre, all’Olimpico, poker di gol segnati alla Roma, nonostante un mese prima i giallorossi si fossero aggiudicati, nella tana dei Campioni, proprio la Supercoppa. Proprio la Roma, seconda, rimpiange il suo ruolino non altisonante proprio con le piccole squadre, alle quali ha clamorosamente ceduto i punti decisivi. Nessun appagamento psicologico, medesima fame di vincere, nonostante i precedenti due scudetti già in bacheca.

Il primo merito di Mancini? Gestire gli umori dello spogliatoio, effettuare le mosse più redditizie per la squadra. E allora ecco l’Inter scatenata del girone di andata, imbattuta, sorretta dalla potenza di Ibrahimovic, dalla forza della difesa (la meno bucata del torneo), dalla crescita imponente del portiere di Julio Cesar.

Fine anno da re, sembrava il film del vecchio torneo, ricordate? Una striscia ininterrotta di successi (17), gruppo di ferro, mai sazio. Stavolta la procedura è stata più sofferta ma il prodotto finale non è mutato. Inter dilaniata, nel corso dell’anno, dagli infortuni, dalle assenze. Magari in qualche gara involontariamente sorretta dalle terne arbitrali.

Brava però a reagire dopo le sconfitte contro la Juve e il Napoli e dopo qualche pareggio di troppo. Pure la resa nell’ultimo derby col Milan non poteva alterare d’improvviso il corso delle cose. Inter matura, restando soprattutto squadra, senza strafare, tantomeno esibendo (nel finale) calcio scintillante: è bastato gestire il vantaggio, resistendo al lento avvicinarsi della Roma.

Squadra camaleontica, retta spesso dalle individualità. Come quella di Chivu, jolly preziosissimo. Oppure Cambiasso, Cruz, capitan Zanetti: c’è parecchia Argentina nel trionfo. Fino alla mossa conclusiva, geniale, dettata dell’inserimento in squadra di Balotelli: per lui il primo scudetto a 17 anni, dunque senza neppure avere la patente Freschezza, nuovi schemi, per un gruppo che, nell’ultimo mese e mezzo di torneo, dopo aver tribolato, aveva comunque recuperato smalto e fiducia.

Inter ancora Campione. Con Mancini, eletto dalla collana di successi, tecnico vincente.

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