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Testimoni di giustizia

Questa storia ha inizio tredici anni fa. Marisa Masciari era una brava dentista, con uno studio situato nel paese in cui viveva, Serra San Bruno, provincia di Vibo Valentia, profonda Calabria. Marisa era la moglie di un imprenditore edile, Pino, che gestiva appalti miliardari.

Avevano due figli piccoli, vivevano agiatamente, dividendosi, in estate, tra le case al mare e in montagna, nonostante avessero la scure delle cosche mafiose sopra la testa. Facevano finta di ridere, di essere come gli altri, soprattutto per non preoccupare i figli: comportamento che ognuno di noi, nelle medesime situazioni, avrebbe adottato. Un giorno Pino, stanco di pagare il “pizzo” alla ‘ndrangheta, decise di varcare la soglia del Palazzo di Giustizia, denunciando – e poi facendo condannare dopo un lungo processo – ben 41 affiliati all’organizzazione malavitosa, oltre ad un magistrato connivente.

In un paese – ed in una zona – in cui l’omertà e il poco coraggio a ribellarsi a tali situazioni sono compagne di tutti i giorni, il caso, la storia, i risvolti di questa famiglia si dilatarono. Anche le stesse famiglie di origine di Marisa e Pino cominciarono a farsi sentire sempre più di rado. In paese, attorno alla famiglia Masciari e ai loro due figli, venne fatta terra bruciata. Loro erano diventati “testimoni di giustizia”, da non confondere con la figura dei “pentiti”: concetti semplici, che si differenziano, non molto chiari per molti, però.

Il testimone di giustizia, infatti, non è stato mai coinvolto nell’organizzazione o nella cosca che denuncia all’autorità giudiziaria mentre il pentito ne ha fatto dichiaratamente parte, uccidendo, talvolta, oppure commettendo reati in serie. Nell’ottobre del ’97 la famiglia Masciari scappò da Serra San Bruno, di notte, caricando in macchina paure e sogni traditi.

Si nascosero in tre città diverse, vivendo un rapporto contrastato con lo Stato: le scorte che non arrivavano, che talvolta non erano discrete, rischiando di lasciare, qua e là lungo lo Stivale, indizi utili per le velleità di vendetta dei boss e dei loro affiliati. Oggi Marisa e Pino hanno scritto un libro: si intitola “Organizzare il coraggio”. Ripercorrono la loro storia che intanto si è evoluta. Marisa ha combattuto contro la rabbia e la bulimia, i figli sono diventati grandi e si sono iscritti all’Università. Il passato è sempre un partner ingombrante: sul loro capo vige (costante) una condanna a morte.

Dal 25 aprile scorso la famiglia Masciari è uscita dal programma di protezione: significa che tutti i membri possono ricostruirsi una vita con le loro identità, mantenendo una scorta e una attenzione costante delle Forze dell’Ordine. Pino gira l’Italia, raccontando il libro e i suoi risvolti. In Calabria non si è più avvicinato: l’ultima volta hanno messo una bomba nell’ufficio in cui lavorava. In paese, a Serra San Bruno, hanno volutamente cancellato i loro nomi: chiedi della famiglia Masciari e nessuno ti dirà mai nulla. Il coraggio di uno, spesso, non azzera la colpevole omertà di molta gente del Sud.

 

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