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Strage di innocenti

Il sergente maggiore Valente era il piu’ anziano dei sei paracaduti- sti della Folgore uccisi dalla bomba di un kamikaze talebano nell’arteria (pericolossima) che collega Kabul all’aeroporto. Classe ’72, risiedeva nel quartiere di Fuorigrotta, a Napoli. Aveva lasciato la propria città la sera precedente all’attentato.

Sull’aereo militare - che lo aveva condotto nuovamente in Afghanistan - aveva raccontato delle prime gesta di suo figlio, due anni e una smisurata energia. Una licenza di quindici giorni a casa gli aveva fatto dimenticare lo stress di una missione giornalmente rischiosa, con quei turni di scorta passati sulla jeep, schivando ordigni, spari e continui attentati. Era arcinoto che il presidio italiano a Kabul era attentamente monitorato dalle milizie anti-governative: è bastato il lavoro sporco di un kamikaze, centocinquanta chili di esplosivo piazzato su un’auto, condotta a velocità folle sul convoglio militare, per materializzare l’ennesima strage ai danni dei soldati italiani.

Vita spezzata per ragazzi che avevano dai ventisei ai trentasette anni. Sogni e aspettative infrante sotto al cielo rosso di Kabul, lontano da casa: una morte atroce, in ossequio ad una missione di pace che, giorno dopo giorno, si sta rivelando sempre meno proficua se è vero che – stando ai fatti – la democrazia e la tolleranza sono concetti ancora astrusi per l’Afghanistan attuale.

Il piu’ giovane dei sei si chiamava Matteo Mureddu, nativo di un piccolo paese attorno ad Oristano. Era figlio di un allevatore di pecore e di una casalinga. Aveva un fratello, Matteo, anch’esso militare, ed una sorella che l’aveva reso da poco zio. Aveva deciso di sposarsi il prossimo mese di giugno: poi la missione in Afghanistan, l’incertezza dei tempi aveva fatto rinviare il progetto.

Altra vita, altra storia: il tenente Fortunato era lucano di Lagonegro. Aveva sposato una conterranea, pur andando poi ad abitare a Badesse, vicino Siena, dove l’ufficiale prestava servizio nei parà. La moglie Gianna è una insegnante precaria: non ha ancora un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Si ritroverà da sola, nel cuore della vita, una vita che sognava evidentemente diversa, con un figlio di sette anni da allevare.

Il caporal maggiore Ricchiuto aveva ventisei anni. Risiedeva a Triggiano, nel Salento, secondo di tre figli. Il padre, da giovane emigrato in Svizzera, era da tempo tornato nel paese d’origine lavorando attualmente in una ditta di costruzioni.

Gian Domenico Pistolami era il mitragliere del convoglio italiano: condensava gli umori e le paure del drappello, sistemato lassu’, sulla torretta della Lince, il mezzo squarciato dall’esplosione, sicuramente l’uomo piu’ a rischio, dalla sagoma visibile. Figlio unico, abitava a Lubriano, tra Lazio e Umbria.

Massimiliano Randino, la sesta vittima, era appena arrivato a Kabul. Sposato, senza figli, la morte lo attendeva in un agguato sanguinario, su una strada polverosa di Kabul, trasformata in un cratere fumante da un nemico senza volto.

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