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Storia di un ricercato

Alessio Casimirri, 57 anni, terrorista italiano, appartenente alle Brigate Rosse: potrebbe bastare. Salvo l’appendice: malinconica. È latitante, di lui si conosce persino il numero civico dell’appartamento di Managua, in Nicaragua, dove vive con la moglie (locale) e due figli.

Già, perché colui che venne giudicato co-responsabile dell’uccisione di Aldo Moro e di cinque uomini della sua scorta (evento accaduto nel marzo del ’78) sta attualmente godendo di connivenze e protezioni – da parte dei politici del Nicaragua – da inficiare, nel corso di questi anni, tutti i tentativi fatti dal Governo italiano di richiederne l’estradizione e la annessa detenzione. Non è un latitante qualunque, Casimirri, romano di famiglia benestante.

La madre, Maria, cittadina vaticana. Il papà, Luciano, militare durante la seconda guerra mondiale (era di stanza a Cefalonia) e poi addirittura capo-ufficio stampa dell’Osservatore Romano e responsabile della sala stampa vaticana sotto Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Casimirri avrebbe sei ergastoli da scontare: invece non è stato in cella neppure un giorno. Eccola, un’altra bizzarria italiana: fosse in galera, come meriterebbe, chissà che il dolore delle famiglie degli eroi di via Fani, da lui uccisi, avrebbe potuto attenuarsi.

Invece non è così: Casimirri si fa beffe delle maglie della giustizia italiana. Vive latitante e indisturbato a Managua, dove è fuggito agli inizi degli anni Ottanta. Prima di allora, nel breve segmento temporale succedutosi tra l’eccidio di via Fani e l’inizio (convulso) delle indagini, aveva vissuto tra la Libia e Cuba. Sempre alla macchia. Romano, assunse ben presto un ruolo di rilievo all’interno delle Brigate Rosse, l’organizzazione militante eversiva che trascinò nel sangue l’Italia a cavallo degli anni Ottanta.

Nome di battaglia “Camillo”, ideò e prese parte ad altri attentati: così si spiegano i sei ergastoli emessi da vari tribunali italiani contro di lui. Esperto sommozzatore, Casimirri svolse per anni in Nicaragua attività di pesca subacquea. Sembra che diventò pure istruttore degli incursori dell’esercito sandinista: forse accreditabili a quel periodo e a quella attività la rete di conoscenze e protezioni di cui il terrorista latitante ancora dispone.

Ricercato, ma con spocchia: aprì dapprima un ristorante nel pieno centro di Managua, chiamandolo “Magica Roma”. Nell’88 divenne ufficialmente cittadino nicaraguese: contrasse un matrimonio con una ragazza locale senza prima aver ottenuto il divorzio dalla moglie italiana, Rita. Cinque anni più tardi l’impiccio venne scoperto e la cittadinanza revocata. Tornò latitante ma gli amici centroamericani lo soccorsero ancora, coprendo la sua identità.

Si sussurrò che, da confidente per i servizi segreti italiani, contribuì all’arresto degli ultimi brigatisti italiani in libertà: situazione mai confermata, però. Ora, a Managua, ha aperto un secondo ristorante: cucina personalmente il pesce. Più volte è stata chiesta l’estradizione (o l’espulsione): invano.

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