Sette
giorni con i Celtics
Un tuffo nel passato per chi ha amato il basket americano e le leggende
ad esso legate. Una settimana con i Boston Celtics a Roma, ingaggiati,
al pari dell’altra franchigia dell’NBA dei Toronto Raptors,
per una esibizione al Palaeur. Obiettivo: dilatare la tradizione e il
trasporto verso il basket oltreoceano, favorendo il confronto tra la
scuola cestistica americana (soprattutto a livello di organizzazione)
e quella italiana. Operazione riuscita: spettacolo, canestri, un fiume
di gente. Lo sport come aggregazione culturale.
Era
la metà degli anni Ottanta quando networks privati italiani –
acquisendo i diritti televisivi per l’estero dalla NBA –
cominciarono a diffondere nei palinsesti mattutini della tv le immagini
(registrate) di alcuni incontri dei Celtics e non solo. Il mito crebbe,
si dilagò: Boston e i Lakers, per il fascino che emanavano, entrarono
nel cuore dei ragazzi e non solo. Erano gli anni di Parish, il pivot
con la faccia da Totem indiano. Di McHale e di Bird.
Il
massimo era assistere – sia pure sprofondati sul sofà di
casa - alla sfida tra Boston e e i Lakers dal Forum di Los Angeles:
c’era la possibilità non solo di assistere a grandi sfide
di basket ma di intravedere grandi attori come Jack Nicholson, per anni
presente in prima fila.
La
maglia verde dei Celtics. Il mito di una squadra che per sedici volte
vinse l’anello del campionato. Un altro vanto: l’onore di
essere una delle due franchigie (l’altra sono i Knicks) che mai
hanno lasciato la propria città da quando esiste l’NBA.
Oggi i Celtics sono un’altra realtà, magari meno vincente
ma ugualmente piena di fascino: non possiedono più le stelle
di un tempo ma si sono attrezzati – quest’anno – per
un campionato d’elite. E così sono sbarcati in Europa per
affinare l’amalgama, preparando schemi e difese da proporre nel
prossimo campionato di NBA.
Doc
Rivers, il coach, ha portato la squadra ad allenarsi in una palestra
sulla via Laurentina, in attesa di cimentarsi, davanti a diecimila persone,
contro i Raptors, la squadra del romano Bargnani. Hanno passeggiato
per le strade di Roma, i Celtics, confondendosi con i turisti qualunque.
Un bagno di popolarità, improvviso per loro, forse per questo
più coinvolgente. Il capitano Pierce, Garnett, Ray Allen: hanno
guadagnato attenzioni, stretto mani, innamorandosi di una Roma imperdibile
e ancora più bella, baciata com’è – in questi
giorni – da un sole ancora caldo.
L’anno
scorso furono i Suns ad esibirsi al Palaeur: altra storia rispetto al
fascino che ancora oggi – nei vecchi appassionati di pallacanestro
– suscitano i Celtics. Assieme alla squadra, a Roma, c’era
pure il direttore sportivo Danny Ainge, altra colonna della squadra
che fu. Si sono allenati e hanno giocato con la caratteristica casacca
biancoverde, quella che ha costruito la loro leggenda. Ai quarantenni
di oggi, quelli cresciuti a pane e basket, si sono inumiditi gli occhi
ammirando dal vivo i vessilli dei Celtics, il club che, complice la
tradizione, resiste all’usura del tempo.