Rischio elezioni
Assolutamente normale che l’opposizione contesti duramente l’operato del Governo, due anni dopo l’inizio della legislatura, chiedendo apertamente le elezioni anticipate. Fa parte della prassi, della logica delle cose: il grido di dolore del Segretario del PD Bersani, unito a quello dell’Italia dei Valori e Di Pietro, non ha colto di sorpresa.
Meno normale che pure tra i banchi della maggioranza, a Montecitorio, cominci a serpeggiare (più concretamente) l’ipotesi di ricorrere al voto anticipato, alla ciambella di salvataggio delle elezioni, magari piazzate all’inizio della prossima primavera, dopo neppure tre anni di Governo. Ciò che preoccupa (non per il Governo in carica ma per ciò che potrebbe comportare, per un Paese già in crisi come l’Italia, un simile epilogo) è che anche il Premier Berlusconi, colloquiando con i suoi interlocutori più fedeli, cominci ad accarezzare l’idea delle elezioni.
Incide – nella eventuale previsione – il rapporto ormai consumato tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Camera, Fini. Co-fondatori del Partito della Libertà, neppure due anni fa. Ora su due diverse barricate: Fini combatte la battaglia per la legalità, l’etica da coniugare con la politica, forte degli ultimi scandali che hanno pesantemente investito membri del Governo in carica (il Ministro dello Sviluppo Economico, Scajola, costretto a dimettersi per via di una casa al centro di Roma a lui pagata da faccendieri/corruttori, medesima sorte per il Sottosegretario di Stato, Cosentino, sospettato di frequentazioni con elementi del malaffare).
Fini cavalca l’onda, i suoi pretoriani (ex-appartenenti ad Alleanza Nazionale) gli si accodano. Un derby in famiglia, la Casa della Libertà squassata da venti di sfida. In atto uno scisma che Berlusconi vorrebbe sancire e non placare. Andare alle elezioni, presentando una coalizione diversa (confermata la Lega, fuori Fini e i “finiani”, dentro magari Casini e il redivivo Udc) decreterebbe una sorta di “conta”. Ad oggi, i deputati legati a Fini sono – tra Camera e Senato – quarantasette. Secondo Berlusconi solo 10-12 di essi mollerebbero la coalizione di Governo, restando fedeli all’attuale Presidente della Camera.
Gli altri lascerebbero Fini al proprio destino, magari confluito nel gruppo misto, certo non accreditabile più del 4% complessivo di ipotetici consensi elettorali. Berlusconi – pur nella comprensibile ritrosia di tornare alle urne (sarebbe la constatazione più evidente che il Governo non è riuscito a rispettare il proprio programma) reputa ormai che questa sia la soluzione più facile da attuare e da gestire piuttosto che i continui screzi con Fini, retaggio di un rapporto ormai logoro e superato. Dal Colle del Quirinale, Napolitano osserva gli eventi e non giudica.
Estate italiana, come al solito, politicamente scivolosa. Il ricorso alle urne sancirebbe lo stallo di problemi atavici: la lotta per la salvaguardia del lavoro, la ricerca della pace sociale, le imprese che chiudono e che producono disoccupati.