Perchè
l'agente ha sparato?
Tutti, dal capo della Polizia, al ministro degli Interni, al questore
di Arezzo, ai semplici funzionari delle Forze dell’Ordine si sono
chiesti il motivo di quello sparo. Autostrada Roma-Firenze, autogrill
di Badia al Pino, dieci chilometri da Arezzo, storia di dieci giorni
fa: i componenti di due automobili, in una tifosi laziali, in un altra
fans della Juventus, si fronteggiano davanti all’autogrill.
Le
ricostruzioni della Polizia non hanno ancora chiaramente dissipato i
dubbi sulla dinamica dello scontro: una scazzottata, spinte, insulti,
la consueta degenerazione del tifo calcistico, soprattutto di quello
che si muove in trasferta. I tifosi della Lazio diretti a Milano, per
Inter-Lazio. Quelli della Juve a Parma, per la partita della Juventus
contro i gialloblù.
Dall’autogrill
opposto a quello della zuffa un agente della Polizia Stradale, trent’anni
da poco superati, nato a Varese ma calabrese di origine, una moglie
infermiera, due figli piccoli, un passato anche a Palermo, dunque in
una piazza calda, si accorge della rissa, sale su un terrapieno e da
una distanza di sessanta-ottanta metri, spara. A bordo della macchina
dei tifosi laziali c’è la sagoma di Gabriele Sandri, dj
affermato della Capitale: ama la musica, al Piper, tradizionale locale
di ritrovo della giovane borghesia romana, è una istituzione
o quasi, nonostante gli appena ventisei anni.
Sandri
dorme all’interno della macchina: ha lavorato nel locale fino
alle quattro della mattina. Due ore di sonno a casa, poi il ritrovo
con gli amici e la partenza per Milano, per vedere la partita della
Lazio, l’altra sua grande passione, dopo la musica. Sandri dorme
e allora forse neppure ha partecipato alla zuffa con i tifosi juventini:
particolare che peraltro non cancella il depolorevole, fatale errore
dell’agente di Polizia.
La
pallottola, esplosa senza un perché, senza rendersi esattamente
conto delle deflagranti conseguenze, colpisce il giovane alla carotide.
Venti minuti di agonia, poi iniziano il tam-tam dei tifosi e le ricostruzioni
(arruffate) della Polizia che nega, all’inizio, la responsabilità
del poliziotto. “Non ho sparato volontariamente, correvo per vedere
cosa stava accadendo dall’altra parte dell’autogrill ed
è partito un colpo”. Non è vero, testimoniano due
persone: l’agente ha preso la mira, aveva le braccia tese, alla
stregua di un cecchino.
Sarà
l’inizio di una delle più bestiali domeniche all’interno
e all’esterno degli stadi italiani. Gli ultras, a qualunque latitudine
dello Stivale, prendono a pretesto quell’uccisione per fronteggiare
la Polizia. Ne scaturiranno guerriglie urbane, con automobili, cassonetti
dell’immondizia dati alle fiamme. Sandri non era un ultras: non
aveva precedenti penali. Ha avuto il torto di trovarsi nel posto meno
opportuno al momento sbagliato.
Due
famiglie rovinate per sempre: quella della vittima, incapace di darsi
pace davanti all’errore. Quella del poliziotto, a processo ora
con una imputazione pesantissima: omicidio volontario.