MORIRE IN METRO’ ALL’IMPROVVISO

L’unica vittima dell’incidente della scorsa settimana nella metropolitana di Roma si chiamava Alessandra: era nata in Ciociaria, a Pontecorvo. Lavorava, dopo essersi laureata in statistica col massimo dei voti, a Roma, nel quartiere Prati. Si era trasferita nella Capitale dalla Ciociaria solo qualche anno fa: prima di allora era una delle tante "pendolari" che, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, affollano tram, metro e autobus. Poi, a fine settimana, un bagaglio leggero per tornare a casa, rinsaldando il legame con la famiglia: una storia semplice, simile a tante altre. Per questo, forse, ancora più straziante.

Buffo, Alessandra, trent’anni, aveva timore di andare in motorino. Glielo avevano consigliato gli amici: avrebbe eliminato, ogni giorno, i viaggi in metropolitana, dribblando le congestioni del traffico di Roma. Era solita, nella "subway", occupare sempre la prima carrozza: diceva che era più tranquilla, che si poteva leggere con più calma. Proprio all’interno di quella maledetta carrozza, complice il tamponamento sotterraneo tra due treni, ha trovato all’improvviso la morte. Cranio sfondato: così ha recitato il macabro responso dell’autopsia.

Alessandra, a Roma, lavorava nella sede italiana del Centro Internazionale di ricerca sui difetti congeniti dei neonati. Attività nobile, per nulla redditizia, al momento: Alessandra faceva parte di quell’immane esercito di ragazzi, colti e laureati, che la burocrazia definisce asetticamente "ricercatori": vantano idee, competenze, entusiasmo ma, ogni mese, introitano poche centinaia di euro. La ricerca, in Italia, è ancora attività di complemento: pochi fondi, di conseguenza stipendi risibili. Necessario, per tutti loro, una cospicua integrazione economica dei genitori: anche per Alessandra era cosi. Famiglia compatta: casalinga la mamma, in pensione il papà, caporeparto dello stabilimento Fiat di Cassino, ingegnere dell’Alitalia il fratello.

Era una valente scienziata in embrione, Alessandra, unica, jellata vittima del gran botto sotto la stazione di Piazza Vittorio, oltre duecento feriti, inchiesta subito aperta, periti al lavoro perché una spiegazione plausibile alla famiglia, un giorno, qualcuno dovrà pure darla. Un guasto ai freni del convoglio? È una ipotesi, visto che la motrice incriminata è risultata incidentata già nel 2005 quando, in un giro di prova, sfondò un muro di protezione e si ritrovò su via Tiburtina, tra l’incredulità dei passanti e qualche foto galeotta che ha imbarazzato la società Metro, che aveva dapprima smentito guasti e avaria pregresse.

Era presto diventata una colonna del Centro, Alessandra. Amava i bambini e, da animo nobile, aveva deciso di contribuire a migliorare i loro primi mesi di vita. Aveva pubblicato, anche all’estero, relazioni e interventi. Stava migliorando l’inglese, per essere pronta, un giorno o l’altro, magari per sbarcare negli Stati Uniti. Morte assurda e ingiusta, come solo la morte dei più giovani sa essere.

Giorgio Bicocchi

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