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MORIRE ALLO STADIO, DA POLIZIOTTO

Niente deve essere cambiato negli ultimi trent'anni se in Italia si continua a morire per una partita di calcio. Nel '78 il razzo che colpì in un occhio Vincenzo Paparelli, prima del derby romano. Pochi giorni fa, e siamo nel 2007, ecco la raccapricciante morte dell'ispettore di Polizia Filippo Raciti, pochi metri fuori dai cancelli dello stadio Massimino, mentre infuriava la guerriglia tra ultras del Catania e Forze dell'Ordine.

L'aberrazione del vivere civile, l'oltraggio continuo perpetrato sui campi del calcio: trent'anni passati invano se questo è il copione che ancora si legge. Leggi obsolete, violate, stadi angusti, scarsamente recettivi, ultras, ad ogni latitudine, per tutto lo Stivale, coalizzati contro la Polizia, eletta come primo nemico.

Raciti è morto nel mezzo delle celebrazioni per Sant'Agata, la patrona di Catania. Misticismo e crudeltà, fede e barbarie, preghiera e violenza cieca: c'erano il bene e il male beffardamente contrapposti a Catania, il derby di campionato col Palermo spostato a venerdì proprio per non turbare lo svolgimento, fino alla domenica, delle processioni e delle feste per Sant'Agata. Raciti, mentre attorno allo stadio infuriava la battaglia, vetture e cassonetti incendiati, lacrimogeni, bulloni, sanitari staccati dai bagni dello stadio e gettati su blindati e poliziotti,  caduto senza un sospiro.

Nessuna bomba carta è stata la causa della sua morte, come diverse agenzie di stampa avevano lasciato intendere. L'autopsia ha chiarito che un grosso oggetto contundente (addirittura un masso) potrebbe averlo ucciso se è vero che il fegato era spappolato in più punti.

Arresti e retate nelle notte, gli ultras del Catania inseguiti, braccati. Il campionato di serie A che, singhiozzando, si è fermato nonostante diversi clubs avessero spinto per continuare a giocare, in ossequio al vecchio motto "the show must go on", crudele e spietato. Esemplificazioni di disagio giovanile, da dove traggono linfa, alimentandosi di barbarie e violenza, i gruppi che, da anni, svuotano il pallone, offendendo, picchiando, uccidendo?

Sociologi all'angolo, incapaci di dare risposte, quando le prime retate, dopo l'omicidio dell'ispettore Raciti, hanno confermato che l'agguato, la guerriglia, Catania in stato d'assedio, erano state confezionate da figli di medici e commercianti, addirittura di un poliziotto, come dire che gli ultras erano ragazzi dai colletti bianchi, certo non provenienti dal degrado sub-urbano.

Tredici morti ammazzati negli ultimi anni, per la prima volta a cadere, una settimana fa, un poliziotto: il bilancio è oggettivamente infame. Calcio violento, terra di nessuno, in cui non vige il rispetto e la lealtà. Le immagini di Catania in fiamme hanno, come al solito, fatto il giro del mondo gettando puntuale discredito sull'Italia, la Sicilia, il nostro pallone. Italia campione del mondo, nel luglio scorso. Campione del mondo, adesso, l'ennesimo morto da piangere senza un perchè, anche di ignoranza e barbarie.

Giorgio Bicocchi

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