Milan,
anatomia di un trionfo
Tutti
i successi, nello sport come nella vita, hanno un’origine. Quella
del Milan re d’Europa, primo club al mondo per numero complessivo
di trofei, è una storia a lieto fine, cominciata prima di Natale,
quando la stagione, staccata dalla lotta-scudetto, balbettante nel girone
eliminatorio di Champions League, la voglia di aprire processi sommari,
sembrava un buco nero e niente più.
La
svolta, ragionando a mente fredda, ora che la settima Coppa dei Campioni
è entrata nella bacheca del club rossonero, è avvenuta
all’inizio dell’anno. Quando Ancelotti ha ricompattato gli
animi, condensandone gli umori, dando l’assalto all’unico
obiettivo raggiungibile. L’inverno aveva regalato istantanee di
un club in crisi, in oggettiva flessione, prima psicologica, poi fisica.
La
società, all’epoca, dopo Capodanno, optò per il
ritiro nell’eremo di Malta per ricaricare le pile, magari con
un richiamo alla preparazione fisica, l’ideale, insomma, per infondere
benzina al motore nell’auspicato assalto primaverile alla Champions.
Indovinate
valutazioni in sede di mercato invernale hanno completato il prodigio,
la riscossa. L’ingaggio di Ronaldo, avvenuto lo scorso gennaio,
sembrava un inutile spreco: vestire, a peso d’oro, il brasiliano
di rossonero senza avere la possibilità di schierarlo in Europa.
È
stata – al contrario – la molla psicologica che ha trasformato
Inzaghi e Gilardino in bomber di Coppa quando hanno avuto la certezza
che il futuro europeo del Milan sarebbe passato per i loro piedi. Un
allenatore deve brillare per intuizioni tecniche, tattiche ma pure per
mosse psicologiche, intuendo i disagi degli interpreti a disposizione,
lavorando a fondo per inficiarli.
L’ingaggio
del laterale Oddo, vero innesto per la Champions, ha perfezionato il
gioco del Milan rendendolo, dagli ottavi di finale in poi, meno prevedibile.
Sbocchi sulle fasce, una manovra più fluida, tutti i centrocampisti
portati al tiro in virtù di un gioco snello e logico. Tra febbraio
e marzo Ancelotti ha beneficiato della straripante condizione fisica
di Nesta, Kaka (dieci gol complessivi), Seedorf. Dei laterali e
dei panchinari. Indovinata la preparazione fisica, la scelta del momento
ideale in cui essere al massimo, sprigionando corsa, muscoli, podismo.
Eliminati
col fosforo gli scozzesi del Celtic il Milan ha rinverdito, dai quarti
in poi, l’essenza della sua leggenda, club europeo per antonomasia,
come ama sintetizzarlo il suo presidente Berlusconi. Capolavoro a Monaco,
contro il Bayern, in una notte che, in virtù del risultato balordo
della gara di andata, sembrava dovesse certificare lo sfratto anticipato
dall’Europa. Poi, in semifinale, ecco il Manchester, retto, nell’urto
in Inghilterra, semplicemente demolito al ritorno, in una notte da eroi
pallonari.
C’è
tutto nel trionfo europeo del Milan, che restituisce, a quasi un anno
dalla vittoria azzurra nel Mondiale tedesco, carisma e spessore al football
nostrano: la qualità degli interpreti, le decisioni della società.
La forza interiore dell’allenatore. Il carisma di un club che,
nelle gare che contano, difficilmente va in tilt.
Giorgio
Bicocchi