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Leone secondo Clint

Venti anni fa la scomparsa di Sergio Leone, il grande regista che aveva l’America nel cuore. E, nella commemorazione – contraddistinta da filmati e testimonianze dell’epoca – si è puntualmente aggiunto Clint Eastwood che, sugli schermi italiani, sta raccogliendo smisurati consensi per la sua ultima fatica “Gran Torino”. Un incontro quasi al buio – il primo – tra Leone e Eastwood.

Sergio non parlava una parola d’inglese, figurarsi Clint con l’italiano. Concetti, ragionamenti comuni, sensazioni sintetizzate da una interprete che lavorava per la Constantine Films, la casa cinematografica tedesca che finanziava “Per un pugno di dollari”, il primo spaghetti-western firmato da Leone, con Eastwood – fino ad allora interprete di mediocri telefilm – clamorosamente lanciato alla ribalta.

Fu in quei giorni, grazie al sottile ma decisivo apporto dell’interprete, che il regista italiano – nato nel ’29, figlio di uno dei pionieri del cinema muto italiano, Vincenzo Leone – e l’attore americano entrarono in confidenza.

Un bicchiere di vino – sorseggiato alla fine giornaliera delle riprese – accrebbe quel senso di partecipazione e di mutua assistenza. Restarono amici, Sergio e Clint: si rividero anni dopo a Roma – nell’ambito di una cena – e si abbracciarono come se si fossero lasciati il giorno precedente.

Leone girò molte riprese della sua trilogia dedicata al western (“Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in piu’”, “Il buono, il brutto e il cattivo”) ad Almeria, in Spagna, nota (oltre che per il caldo) anche per i suoi paesaggi brulli. Altre scene vennero rigorosamente girate sulla Pontina, nei pressi di Roma, o direttamente all’interno di Cinecittà.

Eastwood – in questi giorni in cui il mito di Sergio Leone e le sue eredità cinematografiche sono state nuovamente raccontate con dovizia di particolari – ha narrato il rapporto professionale vantato verso il regista. “Ogni tanto in televisione rivedo i suoi films. Ho imparato molto da lui. Dopo aver girato la trilogia sul western ritenne che quel ciclo era finito e mi diressi su altri filoni. Ma il ricordo di quelle avventure resta vivo”.

L’amore di Leone verso gli Usa era tratteggiato anche dall’uso (frequente) di un nome d’arte, Bob Robertson. Sergio portò nel genere grandissimo realismo. Fino ad allora, nei western, gli eroi a cavallo – buoni o cattivi – erano caratterizzati da folgorante bellezza.

Ecco, Leone cambiò radicalmente il copione, accattivandosi i gusti del pubblico. I personaggi di quelle pellicole apparivano non rasati, sporchi e maleodoranti. Lungimiranti alcune novità – da lui introdotte – nella costruzione dei films: il ricorso al potere del silenzio, in particolare, grazie a scene dominate da primi piani, ricchi di suspense.

Tutti i film si giovarono delle storiche colonne sonore firmate da Ennio Morricone: anche per questo sbancarono il botteghino, ritagliandosi uno spazio di sicuro valore nella storia del cinema italiano. Considerazione rimarcata anche da Eastwood in questi giorni dedicati al ricordo di Sergio Leone.

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