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Le ultime ore di Prodi

Ha fissato il Palazzo di Montecitorio dall’appartamento posto su via del Corso, lato piazza Colonna. Trecento metri quadrati, ristrutturato da Berlusconi negli anni da Premier, un salotto grandissimo, uno studio affrescato. Ha guardato Palazzo Chigi mentre – a qualche centinaio di metri – di lì a poco, il Senato, voltandogli le spalle, avrebbe sancito – dopo neppure due anni di Governo – la sua fine anticipata di Presidente del Consiglio.

Vivo alla Camera: là il voto dei deputati non correva pericolo. Poi, l’indomani, ecco lo scoglio durissimo del Senato: lì Romano Prodi è crollato, decretando l’ennesima crisi del governo italiano. Dopo il discorso tenuto al Senato, tra lo scherno dell’opposizione, qualche fischio lanciato dai banchi di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega, veleni, astii e rimbrotti, Prodi si è rintanato prima nel suo studio e poi a casa.

La moglie Flavia – immaginando l’imminente fine del marito da primo inquilino di Palazzo Chigi – ha cominciato a mettere assieme un po’ di cose. Ha riguardato carte, documenti, corrispondenza. Ha acceso il computer, comprimendo in un dischetto files e altro. Prodi ha indugiato – aspettando il responso amaro del Senato – magari chiamando al telefono qualche amico reggiano o bolognese. Confrontandosi con i fratelli.

O con vecchi compagni di studio. Avrà ripensato – il Professore – al buffo destino della sua esperienza. Due volte, nella sua carriera politica, era riuscito a battere Berlusconi. Tradito dall’ampia griglia delle forze che lo sostenevano, nonostante il deficit diminuisse ed i conti economici cominciassero ad essere meno bui. L’uomo della crisi – certo – alla fine ha avuto la voce e il volto di Mastella ma anche Dini, prima di Natale, aveva minacciato, non approvando la Finanziaria, la fine anticipata del Governo.

E poi i continui screzi con la frangia radicale della sinistra, in tema di Welfare, pensioni, politica estera. Non c’è stato (oggettivamente) un giorno, dall’aprile del 2006 al momento dell’addio, in cui il Governo Prodi non abbia barcollato, spinto non dai venti dell’opposizione ma da velenose polemiche intestine. Il momento del no, del rifiuto del Senato di dargli ulteriore fiducia, lo sconfessamento ufficiale degli ultimi ventun mesi della politica italiana, è arrivato prima delle nove di sera.

La moglie Flavia non gli ha detto nulla, rimanendo muta, mentre radio, tv, tg e programmi di approfondimento cercavano di tratteggiare gli sviluppi della crisi. “Avremo più tempo per noi stessi”, cercava di scherzare Flavia Prodi, immaginando qualche giornata in più di libertà, ancora negli occhi le mini-vacanze trascorse, sotto Natale, sulle montagne bellunesi. L’indomani la telefonata col Presidente Napolitano.

I contatti con Rutelli, Fassino, D’Alema, altri appartenenti al suo Governo. Poi la partenza per Bologna, la sua città. In mezzo ai portici, sorseggiando un caffè in piazza Maggiore, Prodi ha cercato di scacciare una delusione atroce.

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