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La vita nelle tendepoli

Sono arrivati anche due parrucchieri. Forbici, rasoi, lozioni: hanno preso possesso dello spazio all’interno di una tenda in piazza d’Armi, all’Aquila, dove adesso vivono quasi millequattrocento persone. C’è una piccola fila, cinque-sei persone: anche chi ha i capelli non lunghissimi ne approfitta per farsi dare una sfoltita. È un modo per sentirsi in ordine, per riappropriarsi delle piccole cose, delle abitudini.

Perché la sensazione – all’interno delle tendopoli dove vivono i terremotati dell’Abruzzo – è questa: il tempo non passa mai, la noia impera. Ovvio che sia così: qui la vita si è fermata, non esiste più nulla. Non ci sono le case, gli svaghi sono stati spazzati via. Non c’è il lavoro, la frenesia di un capoluogo che era vitale: l’Università, le strade affollate, un centro-storico che richiamava turisti, le cento chiese e le cento piazzette. Sono giorni senza fine, trascorsi alzando spesso il naso all’insù.

Perché dopo che la terra è impazzita preoccupano le condizioni metereologiche. È piovuto spesso, soprattutto di notte, la temperatura si è abbassata e tutto ciò non ha certo contribuito al ritorno (parzialissimo) del sorriso e della speranza. Qui si piangono ancora i morti, gli adulti e i bambini. La corrente elettrica funziona dalle otto di sera alle sette del mattino: ottimo per alimentare – di notte – le stufe elettriche.

Nessuno si lamenta del cibo, figurarsi. Il giorno di Pasqua sono state servite pasta in bianco, frittata, hamburger di tacchino. L’Abruzzo era il regno dell’abbacchio ma nessuno – in questo contesto di sofferenza mista a speranza – ha rimpianto il piatto tipico. Le code per mangiare, per andare in bagno: qui l’acqua non scorre come in una casa qualsiasi. Viene giù un filo d’acqua e occorre accontentarsi.

Si prende l’acqua con una mano, ci si strofina il collo e il viso. Una toilette da gatta, insomma. Nella tendopoli di Piazza d’Armi – dove la vita dell’Aquila ha ripreso parzialmente a pulsare, pur tra mille disagi – sono stati montati centoventi bagni chimici, ventiquattro bagni con acqua corrente, quattro moduli-doccia da sei posti ciascuno.

A qualcuno è sembrato di essere ritornato alla vita di caserma. Il tempo non passa mai, alimentando i pensieri. C’è che si sistema sulla branda, leggendo i quotidiani. È una maniera per seguire gli sviluppi del mondo, far lavorare la mente, facendola evadere dai soliti affanni. I più piccoli giocano al karaoke: ci sono clown chiamati a restituire loro il sorriso.

C’è chi sfoglia i giornali di enigmistica, chi ascolta la radio. Va di moda anche la tv, soprattutto tra i più anziani. Parlare di lavoro è una tortura: qualche negozio ha riaperto, idem le officine, le botteghe degli artigiani. Il problema sarà il numero delle commesse da evadere, sapere se ci sarà un futuro lavorativo oppure no.

Croce Rossa e Protezione Civile (encomiabili) si prodigano mentre un frate celebra la messa all’aperto invocando, in tutti i sensi, la resurrezione di una città e dei suoi abitanti.

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