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La successione

La scorsa settimana Umberto Bossi ha compiuto settant’anni, al culmine di una stagione per nulla facile. La voce che, retaggio dell’ictus che lo colpì, è ormai un sibilo, i continui viaggi tra Roma e Milano per via delle quattro manovre economiche varate dal Governo per fronteggiare gli effetti devastanti della crisi economica mondiale che hanno portato, ma il pericolo non è stato ancora dissimulato, il default-Italia quasi alla stregua del fallimento della Grecia. E poi i dissidi intestini tra esponenti della Lega e quelli del Popolo della Libertà. Aggiungete, a livello personale, la frattura del gomito, evento malinconico accaduto alla fine dell’estate.

Bossi tentenna, barcolla (non solo per il gesso) ma non molla. Sa che, con gli indizi che ha raccolto, con la base della Lega – il movimento politico che, più volte, nel corso di questa legislatura, ha gettato una ciambella di salvataggio al Premier Berlusconi, fidatissimo alleato dal Pdl – squassata dalla voglia di cambiare e di sdoganarsi dal futuro dell’attuale Presidente del Consiglio, abbandonare la navicella, aprire la sua successione equivarrebbe a gettare la sua creatura nell’anarchia. Già, perché nella Lega attuale – quella che comunque già si pone da alcuni anni l’interrogativo del prossimo nocchiero, evaporata l’era del Totem Bossi – le posizioni sono variegate, per nulla convergenti. C’è la parte veneta, ad esempio, schierata sulle posizioni del sindaco di Verona, Tosi.

C’è la frangia che simpatizza per il Governatore della Regione, Zaia, che pure non vorrebbe certo tradire Bossi. C’è il gruppo che si riconosce nell’attuale primo inquilino del Ministero dell’Interno, Bobo Maroni, il cui nome è stato più volte inneggiato nei tanti comizi estivi, svoltisi sopra il corso del Po, dagli elettori/simpatizzanti del Carroccio.
Si sta comunque per aprire una fase nuova della maggioranza di Governo, ammesso che la coalizione che guida il Paese riesca a domare gli eventi (crisi economica, le continue inchieste giudiziarie che toccano o lambiscono Berlusconi, etc.) e a presentarsi alle elezioni politiche del 2013.

Bossi è l’accertato nume tutelare della Lega: ha praticamente creato il movimento, dilatandone il senso delle rivendicazioni e delle istanze. La Padania in testa, idem il federalismo. Ora, però, è giunto il momento di pianificare il futuro. Bossi, a settant’anni, un oggettivo declino fisico che rispecchia la decadenza politica complessiva del Paese, da uomo comunque sagace, ha intuito la delicatezza della fase. Accanto a lui cresce la sagoma del figlio Renzo, reputato, dal papà, più riflessivo e diplomatico. Ma, per il futuro, alla Lega serve un successore di qualità, esperto, che sintetizzi le richieste della base leghiste. Bossi teme lo scisma interno, la lotta fratricida tra i suoi “delfini” per la successione: prima di farsi da parte vorrebbe comunque orientare i prossimi dieci anni del movimento.

 

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