La resa dei conti
Chi mastica un po’ di politica – soprattutto quella italiana, profondamente diversa da tutte le altre – aveva previsto la possibilità dello scisma. Era evidente, anche prima del responso elettorale dello scorso fine marzo, che tra Bossi e Fini, come partner privilegiato, il premier Berlusconi avesse scelto il leader leghista. Il trionfo del Carroccio alle elezioni regionali ha inevitabilmente finito per dilatare il conflitto, allora, proprio tra i due fondatori del Partito della Libertà.
Un pranzo per festeggiare il compleanno del Sottosegretario di Stato Gianni Letta ha quasi determinato il divorzio. E’ calato il gelo tra i due commensali, uniti, ormai, da nessun legame. Fini – questione arcinota – rivendica un maggior peso nelle decisioni della coalizione di Governo. L’ultimo episodio – una bozza per la revisione della Costituzione presentata dal Ministro leghista Calderoli, con l’appoggio di Berlusconi, direttamente al Presidente della Repubblica, senza passare per il filtro della terza carica dello Stato, ovvero Gianfranco Fini – ha costituito il naturale spartiacque.
Non si può più andare avanti così, ha tuonato Fini, rivolto a Berlusconi. Il Premier – come consuetudine accertata – ha minimizzato, cercando di riportare calma e serenità nell’antico partner di Governo, quello che, con Casini, tanto per ricordare l’afflato di una volta, aveva con- tribuito a vincere le elezioni, non appena il Cavaliere era sceso in campo.
Fine dell’idillio? Separazione anticipata? La maggioranza di governo che – paradosso italiano – vince le elezioni del 2008, bissa le regionali del 2010 e si sfalda, consegnando irrisolti al Paese decine di problemi? Nessuna sorpresa se dovesse realmente finire così, con Fini che si stacca, portando con sé decine di deputati e senatori, creando una sorta di Pdl-Italia, costola del Partito della Libertà.
Berlusconi – se così davvero sarà – incasserebbe il secondo divorzio eccellente della sua esperienza politica: anni fa, ricorderete, un po’ per gli stessi motivi di adesso, Pierferdinando Casini disse basta, smarcandosi dal Cavaliere e dal suo esagerato ossequio verso le rivendicazioni leghiste. Maggiore collegialità nelle decisioni, reclamerebbe Fini, in un impeto di orgoglio e dignità. Fece confluire la vecchia Alleanza Nazionale nel nuovo partito, assieme a Berlusconi valutò la fusione, l’inglobamento.
La Lega si tenne fuori, non rinunciando al suo simbolo, ai suoi colori, alla vicinanza dei suoi elettori. Sarebbe divorzio non improvviso – perché i germi della separazione maturano da un po’ – ma sicuramente deflagrante. Un passo indietro di Gianfranco Fini, la creazione di un altro partito, che desse magari un appoggio esterno al Governo, facendo venire meno pertanto pericoli di un ricorso anticipato alle urne, aprirebbe anche un crisi istituzionale: Berlusconi, infatti, valuterebbe la possibilità di chiedergli di lasciare la presidenza della Camera.