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La linea dura di Dario

Raccontano che Silvio Berlusconi – all’indomani delle dimissioni da Segretario del Partito Democratico di Walter Veltroni – non lo abbia per nulla sottovalutato. “Ha la faccia da bravo ragazzo, buca il video, ci darà filo da torcere”.

Lui, il Premier, da grande esperto della comunicazione, aveva fiutato il pericolo: Dario Franceschini, classe ’58, ferrarese, figlio di un partigiano, nuovo alfiere del Partito Democratico, ha scelto subito di fare una opposizione dura. Sognando un partito aperto e future alleanze chiare per guidare il Paese.

Lavora su un solco negativo, vero: gli ultimi sondaggi rivelano che il PD avrebbe perduto ulteriori consensi nelle scorse settimane, scendendo pericolosamente sotto l’asticella del venticinque per cento. Una vera eclissi di sole se è vero che – pur perdendo la tornata elettorale dello scorso aprile – l’era-Veltroni aveva comunque assicurato un discreto trentatré per cento.

Mai sottovalutare uno che proviene dalla Democrazia Cristiana: l’adagio, in Italia, è noto e ben fotografa l’ascesa di Franceschini, numero uno pro tempore – fino al prossimo autunno – dei democratici.

È stato lui stesso a fissare la soglia temporale: reggerà le sorti del partito fino al congresso che sceglierà la nuova classe dirigente, lavorando da qui a giugno soprattutto per le elezioni amministrative ed europee. Due figlie, una laurea in legge conseguita a Ferrara con una tesi in Storia delle Dottrine e delle Istituzioni Politiche. Avvocato civilista, cassazionista, iscritto al Registro dei Revisori Contabili.

Veltroni – nel neppure anno e mezzo in trincea – aveva adottato per molti una opposizione blanda. Franceschini, al contrario, ha cambiato tattica. Si muove nel guado della politica italiana come un guastatore. Attacca, si ritrae. Polemiche ad arte. Ma pure proposte concrete, come quelle di dotare i tanti disoccupati di un sussidio statale. La tecnica della guerriglia, i nodi al pettine, senza ipocrisie.

Rispetto al veltronismo sembra un’aria nuova. Lui non demorde nella nuova sede di piazza del Nazareno, a Roma. Ha ereditato un partito squassato dalle divisioni post-Ulivo. La coalizione del vecchio Premier Prodi – a vasto raggio – aveva mostrato il lato peggiore, raggiungendo punte di rissosità inaccettabili per un Governo. Quelle crepe sono rimaste: decine di correnti, voci, bisbigli.

Gli allievi di Bersani, D’Alema, Fassino, Bindi, Rutelli. Anime che hanno a cuore le sorti del PD ma che paradossalmente incrinano capacità progettuali. E le qualità dell’opposizione a Berlusconi. Cambio il partito, trasformo la rabbia degli elettori in virtù: così si è presentato Franceschini. Prende la parola, attacca il Premier, si appella alla Costituzione, boccia il piano-casa del Governo.

Si è dato solo sei mesi per dare una scrollata al partito, donandogli orgoglio e voglia di lottare. Poi si appellerà al congresso: in autunno, vedrete, Franceschini vorrà non essere più considerato un mero supplente.

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