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La cattura del barone

Il Barone era lui, Salvatore Lo Piccolo, il nuovo capo di Cosa Nostra. È sceso da un potente fuoristrada, un giorno di inizio novembre, all’interno del viottolo di una villetta di Giardiniello, tra il mare di Cinisi e i boschi di Montelepre. Era questo il territorio, in provincia di Palermo, del bandito Salvatore Giuliano.

L’Unità Catturandi, la speciale sezione della Polizia di Stato adibita alla caccia dei mafiosi più sanguinari, sorvegliava da un paio di mesi quella villetta in mattoni rossi, elegante e discreta, tutt’altro covo rispetto al disordinato ovile, in piena campagna, in cui nell’aprile del 2006 venne arrestato Bernardo Provenzano dopo quarant’anni di latitanza.

Era un summit di mafiosi in grande stile, quello che la Polizia ha interrotto. C’era Lo Piccolo, colui che reggeva, dopo la cattura di Provenzano, i destini di Cosa Nostra. Si era recentemente aumentato, ovviamente in modo autonomo, il suo stipendio portandolo a quarantamila euro esentasse.

Quasi uno spiffero rispetto ai dati ufficializzati pochi giorni fa dalla Confesercenti secondo cui la mafia è ormai la prima azienda italiana col suo irraggiungibile fatturato di novanta miliardi di euro annui. Assieme a Lo Piccolo, latitante da oltre venti anni, c’era suo figlio Sandro. E poi Gaspare Pulizzi, ritenuto dalla Polizia il reggente del mandamento di Carini.

Un boss importante che, di tanto in tanto, quando c’era bisogno di gente fidata per muoversi, a Palermo e dintorni, fungeva anche da autista per Lo Piccolo. Oltre a loro anche Andrea Adamo, genero dell’emergente boss Savoca. Un summit, armati fino ai denti, con due pistole a testa nelle fondine. Parlavano di affari, di nuovi mercati da penetrare e di possibili indotti economici, ovviamente generati dal malaffare.

La Polizia, in meno di mezz’ora, ha fatto confluire altri uomini, altri mezzi. Ha circondato la villetta, vi ha fatto irruzione, sparando qualche colpo di pistola in aria.

Decapitato il nuovo vertice di Cosa Nostra, un bel colpo per lo Stato e per il Governo Prodi. Lo Piccolo godeva di protezioni: un cordone inossidabile di amici che già in tre casi, con intuizioni, gli avevano evitato la cattura. Prima di essere arrestati i quattro boss hanno cercato in ogni modo di cancellare prove, indizi, carte, documenti.

Hanno intasato il water del bagno al primo piano della villetta, facendo scomparire i famigerati “pizzini”, messaggi scritti su carta, il metodo più sicuro con il quale, di mano in mano, senza usare cellulari o email, erano soliti far pervenire ai loro luogotenenti ordini e direttive. Qualche “pizzino”, però, non ce l’ha fatta ad essere inghiottito dall’acqua del water: recuperato dalla Polizia, ora al vaglio di nuove indagini perché il loro contenuto era rimasto leggibile.

Una soffiata da parte del pentito Francese, detto “Cartier” per via della smodata passione per gli orologi (al momento della sua cattura gliene furono trovati una quindicina)? No, ha chiarito il Questore di Palermo. Solo un eccellente lavoro di “intelligence” della Polizia di Stato. E ora Cosa Nostra è senza un capo acclarato.

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