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La città nascosta

Sotto i piloni della Magliana si snoda la città invisibile, piena di cartoni, tubi innocenti, capanne svolazzanti al minimo refolo di vento, nailon. Un serpentone di qualche chilometro, regno della provvisorietà.

O, peggio ancora, dell’illegalità. Il Tevere è talmente vicino che la città nascosta – nei periodi di piena – rischia sempre di scomparire. Capita che qualche pioggia, ingrossando il letto del fiume, si porti via, magari durante la notte, buste di plastica, lambendo così le casupole e i fornelletti a gas. Da una parte, lassù, sulla strada, si va all’Eur, che una volta era quartiere agiato di Roma, oggi un po’ “demodee”. Dall’altro lato si sfreccia verso l’aeroporto di Fiumicino.

La strada è solcata da migliaia di macchine, ogni giorno: chissà se i conducenti conoscono le storie che, qualche metro più sotto, la città nascosta, impalpabile ma reale, quasi ogni ora partorisce.

Qui vivono, sopravvivendo sotto una capanna, il materasso quasi steso sul fango, in condizioni igieniche primitive, decine di nomadi. Sono uomini, donne e ragazzi dell’Est. Qualche mese fa il campo era posizionato a contatto con gli argini del Tevere che toccano ponte Marconi. Ci furono proteste feroci degli abitanti della zona: la criminalità, nella zona, era aumentata, frutto di scippi, rapine, per strada e negli appartamenti. Arrivarono le ruspe e il campo – composto da dieci-cento capanne - , scomparve.

Gli abitanti della città-nascosta attraversarono gli argini, allora, scegliendo la zona sottostante al viadotto della Magliana, per conti­nuare a sognare una vita diversa, magari riuscendo ad integrarsi (ma in che modo?) col resto della cittadinanza. È il regno della illegalità latente: qui, affacciandosi dai piloni sovrastanti, vive una “bidonville” degna (sia pure in minima parte) di quelle delle capitali africane. L’immondizia brucia. All’interno delle roulottes o delle capanne taglieggiatori e/o ricettatori si spartiscono il frutto di ruberie e rapine. Le donne, indossando lunghe gonne nere, cucinano accendendo il fuoco sotto pentoloni ansimanti.

Anche la Polizia fa fatica – talvolta – a farsi largo: fioccano gli arbusti, gli alberi, la natura è selvaggia. Qualche “retata” è stata accompagnata dalla reazione (violenta) della città-invisibile. I topi, qua e là, aspettano in silenzio le loro vittime. È il nido di mendicanti, ladri (piccoli e grandi), lavavetri. Qui, la domenica mattina, partono convogli di nomadi diretti verso il vicino mercato di Porta Portese.

Trascinano carrelli zeppi di vestiti usati, arraffati dai contenitori che il Comune utilizza per la raccolta degli abiti. Dovrebbero essere donati – negli auspici – a enti o associazioni che leniscono i disagi dei meno fortunati: nella realtà diventano riserva esclusiva degli zingari.

Pullulano le malattie, il fango, le zanzare. A qualche centinaio di metri ecco una pista ciclabile, a disposizione dei romani che amano la bici e le passeggiate. È quello l’unico collante – in una desolazione assoluta – col mondo civile.

Giorgio Bicocchi

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