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L'ultimo giorno del senatore

E’ stata la moglie a fargli la borsa. Stavolta Nicola Di Girolamo non partiva per un viaggio di lavoro, per un meeting politico, un comizio o quant’altro. La berlina blu l’avrebbe condotto prima a Palazzo Madama – dove lui si sarebbe dimesso da senatore – e poi, al tramonto di un giorno irripetibile di inizio marzo, direttamente nel carcere romano di Rebibbia. Le foto segnaletiche, qualcosa da portare in cella, un libro, un rosario.

In attesa – da recluso – del primo interrogatorio degli organi inquirenti. La vita di questo senatore della Repubblica, romano, classe ’60, avvocato ed imprenditore, una luminosa casa nel borghese quartiere Prati, si è letteralmente disintegrata nell’arco di una settimana: lo scorso 23 febbraio, infatti, al termine di una indagine complessa ed articolata, la Procura ne ha chiesto l’arresto.

Accuse infamanti per un uomo dello stato, che avrebbe dovuto esibire a Palazzo Madama onorabilità e rispetto: riciclaggio di capitali della ‘ndrangheta, associazione a delinquere, reimpiego di capitali illeciti. Oltre alla genesi della sua scalata a senatore: violazione della legge elettorale con l’aggravante mafiosa. già perché – secondo le accurate ricostruzioni effettuate dai magistrati – Nicola Di Girolamo sarebbe stato fraudolentemente eletto, due anni fa, nella circoscrizione estero del senato, con i voti garantiti dalla ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto.

Imbarazzanti alcune intercettazioni telefoniche pubblicate da alcuni giornali. Come alcune foto che lo ritraevano assieme al boss calabrese Pugliese. Di girolamo ha raccolto le sue cose, ha fatto mente locale ed ha deciso. Conti correnti bloccati, casa pignorata. Una famiglia, moglie e due figli, in bilico. Lui ha trascorso l’ultimo giorno da senatore quasi fosse un turista.

Si è fatto condurre – il mattino presto – nei luoghi più suggestivi di Roma: il Colosseo, la Bocca della Verità, quasi subodorando una detenzione lunga e tempestosa. “Chiarirò ogni addebito”, ha chiosato, rompendo però ogni indugio, abbandonando la sua vita fatta di agi, una Ferrari, uno yacht, una serie di appartamenti.

I fondi neri all’estero, l’accusa di aver estorto voti. Un mistero d’Italia (uno dei tanti, purtroppo) ambulante, che ha scelto di non aspettare le decisioni della giunta delle autorizzazioni a procedere del Senato – che avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di arresto pervenuta dalla magistratura – in un impeto di orgoglio e ritrovata dignità.

Quando si è accomiatato da Palazzo Madama, annunciando le sue dimissioni e la decisione di costituirsi, qualche senatore ha applaudito, suscitando le reazioni dell’opposizione. Lui ha ringraziato, abbracciato, svuotando l’armadietto di complemento.

Si è fatto portare a casa, dando per l’ultima volta da mangiare all’amato cane Teo. Ha riunito la famiglia, ha controllato la borsa che lo avrebbe accompagnato a Rebibbia, chiamando poi i carabinieri. Così il fu- senatore della Repubblica Di Girolamo è diventato uno dei tanti detenuti d’Italia.

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