Irpinia, trent'anni dopo
Era domenica, quella sera di novembre di trent’anni fa, da poco passate le sette e mezza. Le casalinghe preparavano la cena, i bar della piazza cominciavano a svuotarsi, i ragazzi avevano appena finito di vedere in tv i gol della serie A, le ragazze avevano completato lo “struscio” nelle viuzze del centro. Nella zona da Avellino a Potenza, in Irpinia ed in Basilicata, la terra tremò all’improvviso. Un intero giro di lancette, un minuto di sisma. Atroce, perché praticamente inghiottì tutto: palazzi, case piccole e grandi, chiese, oratori, strade.
Crateri di macerie fumanti, tremila morti. Una tragedia vera, infinita - diranno poi gli anni successivi, in cui la ricostruzione tardò a materializzarsi per via di scandali ignobili, con i fondi destinati a ridare vita ed orgoglio a quella zona del Sud che finirono nelle tasche di tanti lestofanti – che l’Italia non era pronta a fronteggiare. La Protezione Civile non era stata ancora istituita, le strade per accedere al disastro erano strette, anguste.
Al di là del patrimonio edilizio, già fatiscente e datato a causa dei precedenti terremoti subiti nel ’30 e nel ’62, questa storia italiana di grande dolore fu dilatata dal ritardo dei soccorsi. Mancò una organizzazione capace di coordinare i mezzi in maniera tempestiva. I cellulari non erano ancora risorsa tecnologica, le problematiche orografiche (paesi di montagna o alta collina) acuirono i disagi.
Il Presidente della Repubblica, Pertini, due giorni dopo il terremoto, salì su un elicottero, bussola orientata verso i luoghi della tragedia. Gli vennero incontro i parenti delle vittime: molte di esse finirono di vivere dopo ore di agonia sotto le macerie. Non c’erano le attrezzature ed i mezzi per tirarli fuori, in tempo per provare a continuare a vivere. Gli aiuti arrivarono disordinatamente eppure c’era un popolo a cui fornire aiuto, conforto, materiale e psicologico. Tremila morti, duecentottantamila sfollati, quasi novemila feriti.
Pertini, in un afflato di grandissima umanità, denunciò, in uno storico messaggio diffuso in tv, il ritardo dei soccorsi. Si dimisero il prefetto di Avellino e l’allora Ministro dell’Interno, Rognoni. Nei paesi sconvolti si verificarono episodi di generosità, con i superstiti che scavarono a mani nude per cercare di salvare chi era imprigionato sotto le macerie, e storie di sciacallaggio. I sopravissuti chiedevano medicine, tende, viveri, medicinali. Nevicava e faceva freddo.
I feriti cominciavano a morire, come i soldati colpiti al fronte, in tempo di guerra, che non riuscivano ad essere trasportati nelle retrovie. Gli stanziamenti economici per la ricostruzione vennero erogati per anni, anche da paesi stranieri (solo gli Usa corrisposero 70 milioni di dollari): l’ultima tranche di 157.000 euro venne decisa dal Governo Prodi nel 2007, ventisette, lunghi anni dopo il terremoto. Peccato che, in quel lasso di tempo, molti di quei soldi erano spariti, passando di mano in mano a truffatori dai colletti bianchi.