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Inter, sempre la piu' forte

Perfezionista e narcisista com’è José Mourinho punterà l’anno prossimo – vedrete – oltre ad una diversa avventura in Champions, autentica ossessione nerazzurra da qualche anno a questa parte – ad eguagliare il numero consecutivo di scudetti vinti in Italia. Già perché – affrescando il quarto titolo di fila nerazzurro, appena materializzatosi – proprio dai numeri conviene partire.

La Juve, tra il ‘30’ e il ’35, si cucì per cinque anni lo scudetto sul petto. Idem fece il Grande Torino, tra il ’42 e il ’49: altrettanti titoli in bacheca, considerando pure le ovvie interruzioni tra il ’43 e il ’45, stagioni di guerra e non di pallone. Due volte soltanto, quindi, nella storia del campionato, era accaduto che un club vincesse di fila quattro scudetti (Juve e Toro): questo dà il senso dell’impresa nerazzurra.

Una sorta di tirannia, dal 2006 ad oggi: poco importa che il primo titolo – come ha amato dichiarare Mourinho – sia stato vidimato in segreteria (per via delle sentenze dello scandalo di Calciopoli) e non sul campo. Primo anno in Italia, primo grande successo: Mourinho smentisce coi fatti chi gli prediceva una stagione complicata.

È bastato gestire l’opulenza nerazzurra, smorzando con la forza del dialogo e della schiettezza le possibili insidie umorali dello spogliatoio, quelle che avevano alla lunga deteriorato il rapporto di Mancini con gran parte dei giocatori. Mourinho non si è inventato nulla sul campo: nessuna diavoleria, nessuna alchimia tattica. Un centrocampo senza ali ma, spesso, con quattro mediani.

Ha fondato il suo successo sulla impermeabilità della difesa, sull’esplosività di Julio Cesar, Maicon e Samuel. Sul fosforo di Cambiasso, in mezzo al campo. E, in attacco, sui gol e sui continui movimenti lungo l’intero fronte offensivo di Ibrahimovic. Ecco il punto: Mourinho ha avuto il merito di entrare in sintonia con lo svedese, campione straordinario in campo ma ragazzo dal carattere bizzarro lontano dagli scarpini.

È stata questa la sinergia maggiormente decisiva della stagione nerazzurra: la praticità del maestro portoghese e le prodezze a raffica dello svedese. Un campionato sostanzialmente abortito, sin dall’inizio: fino a novembre l’Inter ha galleggiato tra la terza e la quarta posizione, lasciando spazio ad outsiders puntualmente risucchiate dal corso degli eventi.

Poi, dopo la sconfitta nel primo derby, dal 9 novembre fino al sabato prima di Natale l’Inter ha messo assieme sette vittorie consecutive, prendendo il largo. Materializzando la sua dittatura calcistica. Domeniche pure di solenni arrabbiature, talvolta: come dopo il tris servito dall’Atalanta, ad inizio 2009. Le accuse a Cordoba e Maxwell come mezzo per spronare il resto del gruppo.

Non ha sciorinato partite leggendarie, quest’Inter, palesando al contrario una invidiabile solidità. Oltre sessanta reti realizzate, miglior difesa, tre sole sconfitte. Proprio così, questo ennesimo romanzo vincente nerazzurro si è consolidato con numeri indiscutibili.

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