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Il Cavaliere deluso

Sbaragliare la concorrenza, era l’obiettivo dichiarato del Premier Berlusconi alla vigilia della tornata elettorale dedicata ad europee ed amministrative. Nulla di tutto questo, delusione palpabile nelle residenze del Presidente del Consiglio.

Addio alle risultanze – apertamente vagheggiate prima delle urne – di un voto plebiscitario, il Popolo delle Libertà solo al comando, magari ben oltre il 40% dei consensi. Ora che il responso è stato ufficializzato, il Cavaliere mastica aperta delusione. Nessuna soglia del 40% varcata, solo una stentata conferma rispetto al responso di un anno fa, quello che decretò la fine del Governo Prodi e l’ennesima ascesa a Palazzo Chigi di Berlusconi.

Nelle due isole ha votato solo un elettore su due: in Italia ha prevalso – al pari dell’intero, vecchio Continente, peraltro – l’astensionismo, il concetto delle braccia conserte, non vado alle urne, osservo, valuto ma non concedo preferenze. Spicca, in tale contesto, il responso che proviene dalla Sicilia, tradizionale terra di conquista del Cavaliere e della vecchia Forza Italia.

Calo netto di preferenze, tanto che molti esponenti del Popolo della Libertà reclamano, alla luce dello spoglio, dei numeri e dei risultati, un approfondimento della situazione maturata. Riflettere sul perché, ecco la parola d’ordine. Il Governo ha tenuto ma non ha sfondato come il Premier sognava. Soprattutto non ha sbaragliato il campo il Popolo della Libertà, il movimento di Berlusconi.

Evidenti le ripercussioni generate dagli ultimi casi scottanti: il banchetto di Noemi, la sentenze-Mills, i voli di Stato, le critiche della stampa estera, i rimbrotti del Vaticano, il divorzio dalla moglie Veronica. Basta tracciare una riga, soppesare i pro e i contro e il mancato raggiungimento del sogno berlusconiano si intuisce. Per il Premier il ricorso alle urne contava più per l’Italia che per l’Europa: non è andata bene, il Popolo della Libertà è arretrato di un paio di punti rispetto ad un anno fa.

Soprattutto non ha relegato la sinistra a forza di complemento, se è vero che il leader del PD, Franceschini, ha apertamente etichettato il Governo (forte di un 44% complessivo di preferenze, frutto dell’unione dei consensi tra Popolo della Libertà e Lega) come unione non di maggioranza del Paese.

Non sfondano le liste della estrema sinistra ma gli undici punti complessivamente raccolti da Di Pietro e Radicali sono potenziali bacini al servizio della sinistra, qualora una nuova alleanza per guidare l’Italia fosse ipotizzabile, magari per le prossime elezioni politiche. Il Premier incassa non uno stop ma sicuramente una battuta di arresto, registrando anche il boom della Lega di Bossi.

Sognava un risultato pirotecnico delle urne, il Premier, il suo partito sovrano e inattaccabile. Ha scoperto, invece, un regresso delle preferenze. Soprattutto nelle due isole maggiori, laddove il mito della supe­rata Forza Italia a suo tempo crebbe e si dilatò.

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