Il caffè delle detenute
Una locomotiva che sbuffa, macinando caffè sullo sfondo del Golfo di Napoli. Il mare, uno stuolo di barche, la sagoma del Vesuvio: è il logo delle buste da 250 grammi del primo caffè interamente prodotto all’interno di un carcere femminile, pronto ad essere introdotto sul mercato del commercio equo e solidale.
Il luogo dove questa bella iniziativa – che condensa quelle che dovrebbero essere le finalità di un carcere (espiazione, riscatto, riabilitazione) – si è materializzata? La casa circondariale di Pozzuoli. Le protagoniste? Dieci detenute. Come si chiama il caffè? Lazzarelle, forse ribattezzato così per evocare il vezzeggiativo familiare mediante il quale i napoletani – nel loro caratteristico slang – affrescano chi, per loro, è un po’ “monella”.
Il caffè deriva dalla speciale miscela ottenuta da chicchi pregiati, provenienti da Brasile, Costa Rica, Colombia, Guatemala, India e Uganda, le patrie della bevanda nera. Un progetto di recupero sociale finanziato dalla Regione Campania e dal Ministero di Grazia e Giustizia (con un budget di poco piùdi duecentomila euro), che si rivolge alle detenute, indirizzandole verso il rispetto della vita e della dignità del lavoro, concetti espressi sui libri di diritto penale ma talvolta non messi in pratica nella realtà.
All’interno dei locali dell’Istituto Penitenziario di Pozzuoli, insomma, le dieci detenute tostano, seguono le fasi di asciugatura, macinano il caffè, occupandosi anche della manutenzione dei macchinari. Accrescono il loro senso di responsabilità, vivendo una eccellente opportunità di formazione e di crescita professionale.
In termini di economia di mercato, è una iniziativa che si inserisce all’interno di una filiera produttiva sana che dovrà – se accompagna- ta dall’auspicato successo – prevedere una successiva commercializzazione affidata ad una cooperativa sociale di cui le stesse detenute – anche una volta uscite dal carcere – potranno far parte. Il caffè è impacchettato in confezioni da 250 grammi di colore rosa e argento.
Un esperimento – quello che va in scena dentro lo storico carcere di via Pergolesi – che coniuga, come meglio non potrebbe, economia solidale, emancipazione, riscatto e nobiltà. Le detenute, ovviamente scelte tra coloro che possedevano, detenzione alla mano, i requisiti previsti dalle leggi in materia e che avevano mostrato la loro disponibilità a cimentarsi nel progetto, hanno partecipato ad un corso di formazione, lanciando la loro personalissima sfida al mercato. Una esperienza analoga era stata inaugurata, poco prima, all’interno del carcere de “Le Vallette”, a Torino.
Fervono però le idee, il carcere inteso come strumento indiretto per orientare la vita che verrà, fuori le sbarre. In tale contesto, a Secondigliano è stata allestita una serra dove si coltivano fiori e piante mentre nel carcere di Fuorni, vicino Salerno, è stata inaugurata una camiceria. Progetti che significano speranza per molte donne recluse, costrette a condizioni psicologiche talvolta peggiori di quelle degli uomini.