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I ristoranti della mafia

Il malaffare in cucina si dilata, dall’ombelico d’Italia in sù. Un ristorante su cinque a Roma e Milano è riconducibile, stando alle ultime stime, ad organizzazioni malavitose: mafia, n’drangheta, camorra, Sacra Corona Unita. Chiudete gli occhi, immaginate una grandissima lavanderia che smacchia e pulisce il denaro sporco, derivante dai proventi di droga, spaccio, usura, prostituzione: quello che occorre per acquistare locali, discoteche, soprattutto ristoranti, che spuntano come funghi lontano dai territori conclamati, tanto per non dare nell’occhio, appuntandosi sul petto l’Oscar di bilanci sempre in attivo.

Capita così che i Piromalli, temibile famiglia calabrese, investa a Roma e sul Lago di Garda, riciclando fiumi di denaro illecito. Che i Papalia sbarchino sotto al Duomo, a Milano, inaugurando locali ricchi di luci, costosissimi. Che gli Schiavone, da Casal di Principe, il paese dello scrittore Saviano, laddove è stato ambientato “Gomorra”, costituiscano sul litorale romano, da Ostia a Fiumicino, il fulcro delle proprie attività immobiliari.

La curiosità è che famiglie malavitose che si combattono nel Sud si ritrovano soci in affari al Nord Italia: come dire che gli affari – quando non sono conclamati nei territori di appartenenza – mischiano inedite alleanze. Calabresi e casertani che si spartiscono i proventi di complessi turistici, alberghi, ristoranti: è capitato anche questo, con Polizia e Carabinieri che registrano sempre di più il fenomeno.

“Pizza Connection”, aveva affrescato così l’evolversi della situazione il giudice Falcone, nei suoi preziosissimi taccuini. Tra i tavoli è usuale far girare solo contanti: non si accettano le carte di credito, i bancomat, perché è preferibile non lasciare tracce telematiche. Il flusso continuo di denaro è condizione imprescindibile per chi abbia investito parecchio, inseguendo un sicuro paravento per le proprie attività. Nelle ricostruzioni ci sono ristoranti ristrutturati a suon di centinaia di migliaia di euro che – in determinate sere – restano desolatamente vuoti, anche fino oltre la mezzanotte, pur col personale presente.

Sono locali adibiti a far girare denaro sporco, una copertura per introiti che altrimenti non si potrebbero giustificare. Un sistema che funziona, nonostante le visite diradate dei clienti. La gestione di un ristorante come terminale conclusivo di una catena: ecco il segreto. Che parte da lontano, dal malaffare – nelle sue più variegate manifestazioni – e che acquista solidità immobiliare.

Quasi mai, ovviamente, i boss compaiono in cucina: inseriscono prestanome, mai restano nello stesso luogo più di un paio d’anni. Tolgono le insegne luminose, cambiano denominazione sociale, vendendo e investendo da un’altra parte. Un modo per sfuggire alle indagini, alle ricostruzioni del fisco e della Finanza. Una giostra frenetica, quella del riciclaggio del denaro sporco: ogni anno, da Roma in sù, aprono duemila nuovi ristoranti, molti dei quali (uno su cinque) hanno le pareti sporche di sangue.

 

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