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Governo: venti mesi di litigate

Il primo strappo, condito da incomprensioni e rimbrotti? Si verificò neppure due mesi dopo le vittoriose elezioni dell’aprile 2006, una variegata coalizione di governo, composta da riformisti, moderati e sinistra radicale, a sfrattare Berlusconi da Palazzo Chigi.

Era l’inizio di quella estate e i Ministri Pollastrini e Ferrero diedero la propria adesione al Gay Pride di Torino, sollevando le proteste del resto della maggioranza. Da allora è stata una costante, venti mesi (tanto è durato il Governo Prodi) contraddistinti da astii, veleni, battute al cianuro, litigate e riappacificazioni. Impossibile, stando così le cose, divisi su tutto e il contrario di tutto, andare avanti oltre il lecito, completare la legislatura, portare avanti gli obiettivi sbandierati in campagna elettorale.

I siluri più devastanti per Prodi sono stati sovente lanciati dai partiti più piccoli, più estremi. Il voto sull’indulto – ad esempio – spaccò nel luglio 2006 la maggioranza, tanto da doversi ricorrere alla “fiducia” per approvare il conseguente decreto sull’Afghanistan e le missioni all’estero. Governo Prodi sempre sull’orlo di una crisi di nervi, squassato dalle richieste e dalle rivendicazioni di partiti grandi, piccoli o semplici “correnti”. Settembre 2006, ecco la Finanziaria: molti esponenti della maggioranza prendono le distanze perché il provvedimento è pesante, soprattutto per i ceti medi.

Verdi, Comunisti e Rifondazione scendono in piazza contro la precarietà. Diliberto partecipa ad un corteo sulla Palestina: Prodi lo bacchetta perché così facendo l’unità della coalizione sbanda. Nel febbraio del 2007 il Senato boccia la mozione di politica estera del Governo. È uno schiaffo forte, poderoso: D’Alema incassa i voti contrari di due senatori della sinistra estrema. Un tempo si sarebbero definiti “franchi tiratori”, ora non più perché il voto è diventato palese e bluffare in incognito non è più consentito.

Prodi sale al Quirinale e si dimette. Napolitano lo invita a tornare alle Camere per la “fiducia”. Il dissidio si ricompone, la coalizione sembra rinsaldarsi, (ri)siglando un pacchetto di dodici punti. Ad aprile ecco la fusione tra Democratici di Sinistra e Margherita: nasce il Partito Democratico, segretario viene eletto Walter Veltroni. Il progetto non piace a diversi membri dei due vecchi partiti: una commistione di ideali che non apre la breccia dell’unificazione.

Mussi e Bordon non ci stanno e sbattono la porta. Maggio 2007: il Consiglio dei Ministri vara il decreto-legge sull’emergenza-rifiuti in Campania: il Ministro Pecoraro Scanio, però, si rifiuta di firmarlo. Dopo una estate di continue baruffe, ad ottobre, Veltroni propone di tagliare diversi ministri, dimezzando le cosiddette “spese della politica”. Prodi insorge: dovrebbe essere il Presidente del Consiglio ad avallare un simile passo. Di Pietro litiga un giorno sì e l’altro pure con Mastella. La coalizione si sfilaccia definitivamente dopo le feste.

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