GLI ORCHI DELLA PORTA ACCANTO

Ad Erba, venti minuti di macchina da Como, gli orchi non vivevano sullo stesso pianerottolo di coloro che avrebbero trucidato ma nel piano sottostante di una palazzina di tre piani. Una rampa di scala divideva carnefici e vittime. Una storia di dispetti, litigate feroci, insulti, spintoni. Culminata con una causa civile, dopo cinque anni di stress, davanti al giudice. Ora che la strage di Erba è stata ricostruita, riannodando, dopo un mese di indagini a tappeto, il filo dell’orrore e il futile movente che l’ha generata, affiora il senso del disagio.

Una madre, il figlio di due anni, la nonna e una vicina accorsa per soccorrere gli aggrediti trucidati a colpi di mannaia, la gola squarciata, dalla coppia dei vicini del piano sottostante. Il movente? Un quadruplice delitto studiato nei minimi dettagli, un agguato condito dai fiotti di sangue, da una ferocia animale. I coniugi Romano accusavano la famiglia Castagna di oltrepassare la soglia del rumore. Già, la strage si condensa nell’ossessione perversa della propria privacy: come tollerare – senza reagire – le grida felici di un bambino di due anni, che giocava a rincorrersi, oppure l’incontro con amici, davanti ad un piatto di pasta o ad un caffè, della famiglia soprastante?

Non sembravano vampiri gli orchi del piano di sotto. Pensavano di essersi costruiti il loro alibi perfetto: dopo un’ora dalla mattanza, lui ad uccidere la giovane donna, la madre di questa e la vicina, lei a sgozzare, con inusitata ferocia, il bambino, scagliandolo, come un cuscino svuotato, sul divano, si erano presentati in una paninoteca di Como, pronti ad esibire, nei primi giorni dell’indagine, quando le loro identità – per via dei rapporti esacerbati con la famiglia Castagna – erano state per forza accostate alle vittime, lo scontrino fiscale dell’avvenuta consumazione.

È bastato scavare, prendere coscienza del motivo puerile alla base della strage, cominciare ad accertarlo, ragionare con la mente degli orchi, per mettere – lentamente – la parola fine ad un fatto di cronaca che ha letteralmente dominato, più che la controversa situazione politica, gli strascichi della Finanziaria e il futuro dell’Alitalia, le copertine di giornali e tg.

Troppi rumori provenivano dalla casa di sopra. Figurarsi, il marito della donna aveva pure l’aggravante – agli occhi degli spietati carnefici – di essere tunisino, di invitare i propri amici a casa, di ascoltare musica africana. E poi le corse del bambino, le sue risate innocenti. Le grida, qualche schiamazzo di troppo: avrebbero voluto muri alti, impenetrabili come le loro menti malate, gli orchi di Erba per cancellare l’affronto che, ogni giorno, da cinque lunghi anni, si perpetrava sopra le loro teste. Hanno scelto una mannaia e due coltelli per raggiungere la felicità, liberarsi finalmente del pericolo di quei rumori molesti, sentirsi custodi del condominio.

Li aspetta l’ergastolo e un futuro dietro le sbarre – vista l’ignominia dei loro delitti – non agevole.

Giorgio Bicocchi

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