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Gli angeli di Via Fani

Trent’anni non bastano per dimenticare via Fani, il rapimento di Aldo Moro, quei cinquantacinque giorni di prigionia prima dell’assassinio dello statista, il cui corpo, riverso nel portabagagli di una utilitaria, venne ritrovato a metà tra Piazza del Gesù e Botteghe Oscure, allora sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, facendo il giro del mondo.

Lo Stato non si era piegato alle richieste dei terroristi, perdendo però una figura politica di straordinario spessore. La scorsa settimana ecco la malinconica ricorrenza alla quale, ovviamente, media e tv hanno dedicato ore di programmazione. Sono tornati in video, a raccontare prima il papà e poi il politico, i figli di Aldo Moro, i capelli regolarmente ingrigiti, narrando di come la loro vita sia radicalmente mutata da quel giorno di marzo di trent’anni fa.

Moro venne rapito mentre con la sua scorta si stava recando a Montecitorio per votare la fiducia al nuovo Governo Andreotti. Fiumi di parole, metri di pellicole ingiallite, rigorosamente in bianco e nero. L’audio originale dei primi inviati sul posto, un mare di poliziotti, l’ululare delle sirene. Ecco il neo, però: molte trasmissioni hanno colpevolmente dimenticato di approfondire le vicende dei cinque uomini della scorta di Aldo Moro, tutti uccisi all’alba di quella mattina.

Restarono alla guida delle berline, falcidiati dai proiettili, oppure sul selciato, un lenzuolo bianco come ultima protezione contro il flash dei fotografi. Alla guida della Fiat 130 del presidente c’era il suo autista prediletto, Domenico Ricci, che oggi – se fosse stato ancora vivo – avrebbe da poco varcato la soglia dei settant’anni. C’era poi il maresciallo Oreste Leonardi, la vera ombra di Moro, la guardia del corpo più fedele.

Lui e lo statista: era possibile incontrarli anche sul Lungomare di Terracina, la cittadina del Basso Lazio dove Moro, davanti al mare, possedeva una casa semplice, intonaco bianco, un giardino, qualche albero, una terrazza. Moro parlava, raccontava.

Leonardi annuiva, replicava: capita che le guardie del corpo di uomini politici alla fine instaurino con loro un rapporto di complicità. Legandosi ancora di più al loro lavoro, quasi personalizzandolo. Erano cinque gli uomini che morirono quel giorno di marzo: Moro venne invece assassinato quasi due mesi dopo, ricongiungendosi virtualmente ai ragazzi deputati alla sua protezione. Ecco Francesco Zizzi, morto all’età di trent’anni.

Era vice-brigadiere e arrivò moribondo all’ospedale Gemelli. Poi Giulio Rivera e Raffaele Iozzino: loro di anni ne avevano solo venticinque con una vita davanti. Iozzino sparò i suoi ultimi colpi facendo in tempo a scendere dall’auto. Venne finito sul selciato. La commemorazione ha ovviamente riguardato Aldo Moro, la sua prigionia, quel senso dello Stato calpestato e offeso.

Poche righe, scarsa attenzione invece per i cinque angeli di via Fani, i membri della scorta del presidente della Democrazia Cristiana. Peccato, perché anche loro, allontanandosi dalla vita, speravano in un mondo migliore.

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