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Film d’autore, ancora applausi

Millenovecentocinquantaquattro, nasce la Tv in bianco e nero, l’Italia strizza l’occhio al boom economico. Il Paese si rialza dalle macerie di una guerra ingiusta. Torna la voglia di ridere, Cinecittà si allinea, presentando pellicole che condensano sogni di evasione. Ecco la genesi di “Un americano a Roma”, il divertente film che Alberto Sordi recitò, divertendo e (come da lui più volte ammesso) divertendosi.

Un film-cult, capace – anche ad oltre cinquant’anni di distanza – di racimolare importanti share di ascolto, ogniqualvolta viene riproposto in televisione, in estate o nel periodo natalizio. Bene, quella pellicola è stata recentemente restaurata e riproposta nell’ambito dell’ultima edizione del Festival del Cinema di Roma.

Sala dell’Auditorium gremita, applausi, divertimento. Anche a mezzo secolo di distanza, a conferma che il cinema – se ben fatto – resiste benissimo all’usura del tempo. Un’ora e mezzo di risate, di battute esilaranti. Steno il regista, Carlo Ponti e Dino De Laurentiis i produttori. Italia, primo Dopoguerra. Le istantanee di forza ed opulenza – soprattutto di libertà – originate dalla liberazione ad opera degli americani è ancora viva in molti ragazzi dell’epoca.

Uno di questi – nel film – è Nando Mericoni, ruolo interpretato da un irresisistibile Alberto Sordi. A Nando non piace lavorare, abita a Trastevere e sogna l’approdo in America ad occhi aperti. Un filoamericano all’eccesso, che rimpiange di non essere nato nel Kansas. Nando ripete continue espressioni americane, si vanta di parlare inglese ma – nella realtà – storpia sole le parole. Ha una ossessione: vuole trasferirsi negli Stati Uniti, mollando Roma, Trastevere, la sua famiglia, i suoi amici.

Un film divertente, vero, che affresca l’Italia di quegli anni. Nando Mericoni è l’eroe buono e genuino di un Paese in cerca di riscatto e di riabilitazione. Lui americanizza ogni cosa che lo circonda, dagli oggetti sistemati nella sua camera (mazza e guantoni, che lui spaccia come un regalo di Joe Di Maggio), al modo di vestire quotidiano (bracciale di cuoio, cinturone, maglietta bianca attillata, berrettino da baseball).

L’America nel cuore, soprattutto negli auspici: era una costante di quegli anni in cui fumetti e riviste andavano a ruba e la Statua della Libertà era quasi più amata del Milite Ignoto. Pur di raggiungere il suo scopo – rigorosamente a stelle e strisce – e prendendo spunto da un celebre film dell’epoca (“14ema ora” di Henry Hathaway), Nando decide di salire in cima al Colosseo minacciando di gettarsi se qualcuno non lo aiuterà nel materializzare la sua ossessione.

Un film-eredità dell’epoca, che, puntualmente restaurato, alla stregua di una pellicola storica e indimenticabile, ha suscitato a mezzo secolo di distanza applausi, emozioni, palpiti del cuore. Auditorium di Roma in piedi, Festival del Cinema impreziosito dal cimelio. Grandi attori, una satira del costume dell’epoca. Quando si dice un film immortale.

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