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Figli del padrino

Hanno raccontato chi sono, cosa fanno, il loro rapporto col padre, detenuto in un carcere di massima sicurezza del Nord Italia, in un documentario girato dalla Bbc, che gli italiani dotati di parabola hanno potuto ammirare in questi giorni, su un canale satellitare.

Loro si chiamano Angelo e Francesco Paolo Provenzano: cognome ingombrante, quasi un macigno con il quale si alzano il mattino e si coricano la sera. Eppure loro sono puliti, sconosciuti alla giustizia, alle aule dei Tribunali. Nessun carico pendente, verrebbe da dire, mutuando il lessico di giudici e procure. Nessuna condanna, tantomeno rinvii a giudizio.

Niente in confronto con i figli di Toto’ Riina, che, spavaldamente, hanno allegramente ripercorso – in metà dei loro anni – le gesta criminali del padre. Uno dei Riina, infatti, è già ergastolano, una vita buttata, mentre l’altro è sotto processo per reati gravissimi. Loro, i piccoli Riina, non hanno avuto la forza e la maturità per sdoganarsi da un destino più grande, quasi opprimente. Angelo e Francesco Paolo Provenzano hanno regolarmente firmato la liberatoria con la Bbc.

Con un divieto: visi e voci avrebbero potuto essere diffuse solo nei territori del Regno Unito. Non in Italia, pertanto, dove il documentario è andato in onda senza i loro contributi visivi e vocali. Un video di un’ora e mezzo bello, che ha ripercorso i quarantatré anni (!) di latitanza di Provenzano. Ripercorrendo la vita dell’uomo che ha gestito e ideato le stragi del ’92, andando allo scontro frontale con lo Stato, passando poi alla gestione milionaria del malaffare: dalle sue abitudini agresti, ai suoi pasti a base di cicoria e formaggi, ai suoi rapporti con i boss locali, puntualmente presenti nel casale per nulla opulento che, per anni, lo ha ospitato, fino alla sua cattura.

I due figli di Provenzano sono ragazzi normali, di buona cultura. Angelo è stato addirittura docente in Germania, tre anni fa. Rappresentano, forse, la grande vittoria morale dell’ultimo Padrino a capo di Cosa Nostra. Non sembrano i figli di Provenzano: non parlano con la spavalderia del boss. Soprattutto si esprimono in un italiano con pochissime inflessioni dialettali, come se la permanenza in Sicilia non avesse lasciato strascichi.

Hanno raccontato alla Bbc e agli spettatori anglosassoni che la lezione ereditata dal padre è fatta di piccole cose. Alzarsi presto la mattina, ad esempio. Oppure ricordarsi di non commettere – a danno di altri – quello che non piacerebbe fosse fatto a te. L’amore per la campagna e per i suoi silenzi. Riapparvero a Corleone improvvisamente, assieme alla madre, nella primavera del ’92, prima che iniziasse la stagione del tritolo e delle stragi contro Falcone e Borsellino. Gli chiesero dove avessero vissuto fino ad allora.

Risposero che erano stati quasi agli arresti domiciliari, come se il Padrino, dalla Sicilia, avesse ordinato/chiesto per loro una vita diversa da quella del padre. Hanno nove anni di differenza, l’uno dall’altro. Si chiamano Provenzano ma sono, per fortuna, bravi ragazzi, per nulla contagiati dall’indole dell’ultimo boss.

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