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Erika, la seconda vita

Dieci anni passati da uno degli omicidi piu’ efferati delle cronache italiane. Aveva sedici anni, Erika, quando trafisse con 97 coltellate la mamma e il fratellino di undici anni che, nel suo diario e a scuola, scriveva e ripeteva che la sorella era la sua migliore amica. Accadde a Novi Ligure, terra di confine tra la Liguria e il Piemonte: la notizia piombò nelle case degli italiani all’ora di cena, simile ad un pugno nello stomaco. Il maresciallo della stazione dei Carabinieri che, per primo, entrò nella villetta dell’eccidio, non smise, per diversi minuti, di vomitare.

“Pura macelleria”, sintetizzò il medico legale, accorso sul posto: eppure era uno abituato a vedere cadaveri, anche martoriati. Tra un anno Erika sarà libera: libertà condizionata, la chiamano. Uccise madre e figlia col concorso del fidanzatino di allora, Omar, che è già fuori dal carcere e fa il giardiniere. Erika ed Omar: il male assoluto, in quella serata del 2001, Novi Ligure immersa nell’oscurità, una mamma che apre la porta alla figlia che l’insegue per le scale, uccidendola con una sfilza di coltellate. Cercando poi di affogare il fratello, finendo pure lui nel sangue. Un duplice delitto maturato dalla psiche contorta della ragazzina.

Una storia, soprattutto, piena di dolore: il papà – un ingegnere che lavora nella fabbrica di cioccolato della zona – mai ha smesso di amare Erika. Nonostante lei gli avesse rovinato la vita. Mai ha cambiato casa, nonostante il ricordo di quel massacro. Ha ritinteggiato i muri, spostato qualche mobile, addormentandosi da solo, di notte, con le foto della moglie e del figlio sul comodino. Era presente, in carcere, il giorno in cui la figlia assassina si laureò, discutendo una tesi su Socrate.

Mai ha rilasciato interviste, mai è apparso in tv, nonostante le televisioni del dolore parlato e urlato, in questi anni, abbiano dilatato i loro spazi. Raccontano che Erika, ad un anno dalla libertà, voglia rifarsi una vita. Una famiglia, magari avere dei figli. Aveva praticamente mollato Omar, già pochi giorni dopo l’eccidio. Ebbe una relazione amorosa, benché epistolare, con un giovane rapinatore straniero, con cui incrociò lo sguardo alla messe del carcere.

Poi si innamorò di Mario, un DJ veronese. La maledizione di Erika: Mario, un giorno, finì in un canale, morendo annegato. Cinque anni fa, per la prima volta, uscì dal carcere per un soggiorno-premio di ventiquattr’ore: la immortalarono ad una partita di pallavolo, i capelli sciolti, la felpa rossa, l’aria di una normalissima ragazza, non martoriata dalla vita e dal sangue che lei stessa produsse. Temeva aggressioni da parte di altre detenute, nei primi giorni dietro le sbarre: capita sovente quando i delitti sono così efferrati. Prese il diploma da geometra. Il padre, ogni settimana, andava a trovarla, chiedendosi, all’uscita, col cuore in tumulto, dove avesse sbagliato. Non ci fu mai un accertato movente in quella mattanza. Ma ora Erika si accinge alla sua seconda vita, cercando forse una via di scampo ai rimorsi.

 

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