Emergenza carceri
Deve esserci qualcosa che non quadra nelle carceri italiane se la recente cronaca ha tristemente registrato il ventiquattresimo suicidio dall’inizio dell’anno. I numeri non mentono mai, aiutando ad affrescare un pericoloso fenomeno italiano: nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere un detenuto si è ucciso respirando il gas della bomboletta usata per cucinare in cella. Qui sono recluse 940 persone, quattrocento in più del numero ipoteticamente consentito.
Primo problema: il sovraffollamento. Celle fatiscenti di nove metri quadrati con quattro detenuti stretti dentro: un tavolaccio, un bagno alla turca. Un insulto alla dignità umana, che nessun Governo, di destra o di sinistra, è riuscito quantomeno a limitare. In Italia, attualmente, i detenuti sono oltre sessantasettemila: un numero enorme, che stride con la capienza regolamentare (quarantaquattromila) prevista dai penitenziari. Ecco perché il degrado corrobora brutti pensieri: c’è che si suicida con i lacci delle scarpe. Chi con le corde. Chi smette di mangiare e di bere.
C’è chi decide di farla finita e chi combatte per la memoria dei morti: nel supercarcere di Sulmona (che registra da sempre il numero più alto di suicidi), i duecento detenuti hanno rifiutato i pasti per giorni interi, protestando animatamente per le condizioni di vita, igieniche e non solo. Manca un numero sufficiente di agenti penitenziari. I soldi non ci sono o, se ci sono, non sono sufficienti ad assicurare condizioni accettabili. Nelle carceri italiane entrano, ogni mese, ottocento reclusi. Foto segnaletiche, impronte, il solito rituale.
Strutture vecchie, antiquate: poca manutenzione, risibile la socializzazione. Ripensi ai testi dell’Università di diritto e procedura penale (la pena intesa come espiazione, garanzia di recupero sociale) e sorridi: come si può pensare di redimersi restando oltre venti ore in cella, senza socializzare, lavorare (anche dietro le sbarre si potrebbe), immaginando (fuori) una società non più cupa ma pronta ad accoglierti? Tutti assieme: banditi, malfattori di piccolo cabotaggio.
Soprattutto tossicodipendenti, coloro che maggiormente soffrono una vita così impostata. Loro costituiscono un terzo dei detenuti complessivi italiani, meritando un approfondimento a parte. Hanno problemi di masticazione, depressione, disturbi psichici. Tralasciando l’Aids. Non sono narcotrafficanti, magari piccoli spacciatori di quartiere. Non sono in grado di autodeterminarsi, non dovrebbero stare in carcere ma in strutture specifiche, adibite al loro recupero.
Non è così e non ci si deve stupire, allora, se sono proprio loro a manifestare più volte propositi suicidi. Il sistema penitenziario italiano è al collasso: l’idea di una estate torrida preoccupa e inquieta, se rapportata agli spazi angusti delle celle. Emergenza-carceri, sovraffollate, sempre sul filo delle rivolte: quasi la metà dei detenuti è ancora in attesa di un processo. Tempi biblici per sapere se si è o meno colpevoli. Forse è proprio in questa constatazione che si annida il nocciolo del problema.