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Colpo finale

Michele Zagaria era il manager del clan camorristico dei Casalesi, contro il quale lo Stato, negli ultimi anni, complici arresti decisivi, ha inferto colpi durissimi con quasi duemila miliardi di euro di beni illeciti confiscati. Zagaria era l’anello mancante: lo hanno arrestato all’alba di dieci giorni fa, praticamente nel cuore del suo paese, Casapesena, in provincia di Caserta, una terra martoriata e afflitta dalla camorra. Non viveva come i padrini della mafia italo-americana, quelli che fanno sfoggio della loro ricchezza, vivendo come nababbi in villoni da venti stanze.

Il covo di Zagaria, latitante da quindici anni, era sottoterra: un bunker di cinquanta metri complessivi, in cui il boss – con computer e Ipad – si teneva in contatto con la sua cricca e seguiva i suoi affari. Le pareti erano tappezzate di santini di Padre Pio, infatti, è prassi acclarata che i capo-clan coniughino loschi affari, omicidi, usura con una altissima spiritualità. Mentre centinaia di poliziotti circondavano il suo ultimo domicilio, chiedendo al boss di arrendersi, gli abitanti di Casapesena, davanti a radio e tv, decantavano le lodi del "benefattore" Zagaria.

Sono state queste istantanee, alla fine, a limitare la soddisfazione per la cattura di uno dei più pericolosi latitanti. Infatti, purtroppo in molte zone del Belpaese continua a vigere l’omertà e la connivenza con la criminalità. In Campania, in Puglia, in Calabria, in Sicilia lo Stato combatte, manda in prima linea i suoi poliziotti più bravi, arresta decine di mal- fattori senza però ricevere il caloroso afflato della gente.

A corredo dell’arresto di Zagaria resta questa piccola, ma palpabile delusione. Fino a quando durerà la collusione di una parte del sud con camorra, mafia o n'drangheta o sacra corona unita? Probabilmente fino a quando trovare lavoro non assomiglierà più ad una caccia al tesoro. È approfittando della disoccupazione e della fame, infatti, che le organizzazioni malavitose, promettendo soldi facili, aumentano le fila dei propri affiliati.

Zagaria non aveva moglie, figli, tantomeno amanti: li aveva sempre considerati elementi di debolezza per un capo. Aveva anche commerciato ingenti partite di droga, ma esigeva che chi lavorasse per lui non toccasse, nemmeno per sbaglio, cocaina o eroina. La punizione per tutti era dolorosa: una notte al buio in un porcile, cercando di schivare gli attacchi dei maiali. Zagaria era il manager dei Casalesi: si occupava, in pratica, di trovare un modo per moltiplicare i soldi. Tramite appalti pubblici truccati, ad esempio, o con i mercati orto- frutticoli.

Aveva contatti col Nord Italia e con i paesi dell’Est, avendo vissuto i primi anni di latitanza in Romania. Gli inquirenti hanno sequestrato all’interno del covo documenti, cellulari e computer e si aspettano adesso di scovare ulteriori agganci con la politica e con il tessuto delle istituzioni. Sarebbe l’ennesima conferma che il malaffare italiano, talvolta, ha l’immagine dei “colletti bianchi”.

 

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