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Catania, città bollente

Nessuna auto dei vigili urbani di Catania è dotata di aria condizionata. Fin troppo ovvio, così ridotti, che i primi a cedere, davanti all’aggressione del caldo, quarantacinque gradi che si sono succeduti per tre giorni filati, la scorsa settimana, siano stati loro. Quelli motorizzati e quelli a piedi, in servizio magari nelle garritte all’incrocio tra Corso Sicilia e la via Etnea. Un inferno, quello vissuto a Catania, abituata, da secoli, alle alte temperature per via della presenza dell’Etna e di colate per nulla irrilevanti.

L’afa non ha risparmiato nessuno, neppure uccelli, colombi e rondini ritrovati morti sul selciato di fuoco, senza aria, stroncati dalle temperature infernali. Ospedali presi d’assalto perché resistere a quarantacinque gradi dava quasi l’idea del miracolo per chi soffre di asma e di vari acciacchi. Bruttissime giornate anche per i neonati, straniti dal caldo, dalla mancanza di brezza, insomma di qualsiasi sollievo.

I volontari del 118 sono corsi da un lembo all’altro della città, sgommando tra le screpolature della strada, arsa dal calore. La gente qualunque, magari pensionati o casalinghe, hanno bighellonato per ore nei centri commerciali della città: magari non avevano nulla da comperare ma solo lì, per via dell’aria condizionata, era possibile ritemprarsi, dare ossigeno al corpo e alla mente. Catania, solitamente di sera, era città che accoglieva la brezza proveniente dal mare. Le costruzioni di palazzi o edifici hanno però ridotto l’apporto del vento, tanto che anche a Villa Pacini, un tempo oasi piena di frescura, era impossibile scacciare il caldo e l’arsura.

Tre giorni di fuoco, Catania ridotta a città bollente: affari d’oro per i venditori di ventilatori o di impianti di aria condizionata. Naturale in queste condizioni, con centinaia di migliaia di abitanti che hanno inseguito il fresco, il sovraccarico dell’energia elettrica e il conseguente black-out. Proprio quello che è successo, con la spesa fatta al caldo anche nei centri commerciali, tenuti in vita dalle luci di emergenza.

Caldo feroce, un abbozzo violento dell’estate che verrà. In città, sotto al solleone, ci si è mossi quasi al rallentatore. Automobilisti serrati nelle proprie auto, come i vetri dai quali non traspariva neppure uno spiffero. Azionata l’aria condizionata, almeno per il tempo del tragitto calura scacciata. Il tormento vero è stato per i motociclisti, sottoposti a lunghe soste, a quarantacinque gradi, ai semafori, col casco allacciato.

Fontane prese d’assalto, bottiglie d’acqua a ruba. Provare ad andare in spiaggia, magari per un bagno refrigeratore, a San Giovanni Li Cuti, l’arenile cittadino? Macchè, la magistratura l’ha chiusa dopo aver accertato che parte della spiaggia proveniva da una discarica. Affari per i venditori di granite ma solo dal tramonto in poi. Città di fuoco, un approccio di estate torrida. A Catania, visto l’andazzo, si augurano che l’afa non colpisca più come nell’ultimo scorcio di giugno.

Giorgio Bicocchi

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