Carlo Giuffrè, un re a teatro
Dicono che la vita, talvolta, sia una mera questione di numeri. Carlo Giuffrè, se fosse vero, li snocciola con baldanza e, soprattutto, con orgoglio. Ottanta anni da compiere nel prossimo mese di dicembre, di cui sessanta vissuti da re incontrastato dei palcoscenici, bravissimo attore e regista.
Una carriera folgorante: lui, classe 1928, un repertorio portato in scena a Napoli, la sua città, recitando le commedie di Eduardo De Filippo e Scarpetta. Un monumento autentico del teatro italiano, un attore versatile che, proprio in questi giorni di ricorrenze ed anniversari, raccoglie meritatissimi riconoscimenti come il Premio Speciale alla carriera.
Annata di applausi, di consensi, di logiche copertine: lo scorso mese di settembre Giuffrè ha ricevuto al Quirinale, direttamente dalle mani del Presidente Napolitano, il Premio Speciale degli Olimpici del Teatro. Proprio in quell’occasione, davanti ai taccuini, alle luci delle telecamere ed ai flashes dei fotografi, il Presidente della Repubblica lo ha etichettato come “un simbolo di longevità e di fedeltà al mestiere”.
Proprio la definizione (legittima e meritata) incarna – meglio di qualsiasi altro sostantivo – la parabola artistica di Carlo Giuffrè, fratello minore di un altro grande attore come Aldo, nato a Roma ma formatosi artisticamente a Roma, nella storica Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.
Erano stagioni ricche di significati, di crescite professionali perché l’Accademia era frequentata da attori di classe come Buazzelli, De Lullo, Panelli, Manfredi che elargivano consigli con la voce e con i movimenti sul palcoscenico. Anni di teatro, assieme ad un mito come Eduardo, poi l’approdo pure nel cinema, fino all’ingresso – nel 1963 – nella Compagnia dei Giovani De Lullo-Falk-Valli-Albani, lanciando due drammaturghi straordinari come Patroni Griffi e Fabbri.
Giuffrè fu un comprimario importantissimo in opere come “Sei personaggi in cerca d’autore” o “Metti una sera a cena”. Capita, nella vita, che anche le belle cose finiscano, evaporando come il vento. Quella Compagnia, zeppa di talento e creatività, si sciolse ed allora – era il 1974 – Carlo Giuffrè riprese la sua strada. Riannodò il legame artistico col fratello Aldo.
Poi rivisitò da solo, con grande sforzo ma pure straordinari riconoscimenti, il repertorio comico napoletano, da Scarpetta ad Eduardo, vessillifero di un teatro dialettale che mai – per verismo – potrà essere sottaciuto. Nel periodo natalizio – radunando il suo vecchio pubblico - si è esibito al Quirino di Roma ne “Il Sindaco del Rione Sanità”, una delle opere più divertenti firmate da Eduardo. Un autentico fuoriclasse del palcoscenico, un paladino della commedia dell’arte.
L’eredità artistica che Giuffrè, un giorno lontanissimo, si sentirà di diffondere? Viva il teatro dialettale perché il semplice teatro, quello che si recita in lingua italiana, è tradotto da altre culture e non appartiene direttamente al popolo.