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Big Luciano a New York

Alla fine capitava per tanti giorni all’anno a New York che decise di comprarsi un luminoso appartamento davanti a Central Park. Una casa spaziosa, in cui Luciano Pavarotti amava vivere, spesso indugiando in quei lunghi camicioni colorati che gli conferivano un aspetto clownesco, e per questo, simpatico.

A New York lo chiamavano “Big Luciano”; con senso di rispetto, di amicizia. Qualche mese passato a Modena, la città dove si è spento, vinto dal tumore al pancreas, lo stesso male che, anni fa, uccise Anna Magnani, Gino Bramieri, Leonardo Mondadori, icone, in vari settori, dell’italian-style all’estero, qualche altra settimana, soprattutto d’estate, nella villa di Pesaro, col mare Adriatico e il senso dell’infinito davanti.

Qualche altro mese consumato a New York, magari rinverdendo le esibizioni al Metropolitan, poi un salto ai Caraibi, laddove nacque la passione per la sua (allora) segretaria Nicoletta, di trent’anni più giovane, divenuta poi sua moglie dopo la nascita della figlia Alice.

Di New York – a Pavarotti – piacevano i larghi spazi, la sensazione di sentirsi libero e capito. Qui lo avevano operato – nel giugno del 2006 – asportandogli la grande massa tumorale, dandogli quantomeno la speranza di poter continuare a vivere, non a lungo come purtroppo è avvenuto. Una bella storia d’amore, quella di Pavarotti con New York, vissuta e ricambiata. Proprio al Central Park, quattordici anni fa, un riuscitissimo concerto richiamò oltre mezzo milione di appassionati.

Fu la televisione a scaraventare la sua mole e la sua voce nelle case di tutto il mondo, accrescendo – inevitabilmente – il suo potere contrattuale, i suoi guadagni, la sua fama di mito della musica e dell’opera.

Dieci anni fa, a New York, Pavarotti era stato nominato ambasciatore di pace dell’Onu per l’impegno mostrato verso l’infanzia diseredata del Terzo Mondo. Con questa veste addosso Pavarotti aveva viaggiato per il mondo, assecondando i palpiti del cuore, mettendo in scena i suoi concerti, il suo marchio di fabbrica verso la solidarietà con “Pavarotti&friends”. L’amore per i bambini poveri e malati lo aveva visto impegnato in numerose e riuscite iniziative di beneficenza: proprio a New York - la terza città dopo Modena e Pesaro in cui annualmente amava soggiornare - magari in collaborazione col piccolo St. Vincent’s Hospital o con i ragazzi della Scuola d’Italia Guglielmo Marconi.

L’accordo successivo alla separazione con la prima moglie Ada gli costò decine di milioni di euro ma Pavarotti – nonostante il giusto peso conferito al denaro, retaggio di una infanzia difficile – non riusciva a non commuoversi davanti a un bambino malato o oltraggiato. Al Metropolitan, in una delle sue esibizioni più riuscite, riuscì, nella “Figlia del reggimento”, a confezionare nove “do di petto” consecutivi, strappando applausi convinti. Un fuoriclasse che a New York visse beatamente, appollaiato nell’appartamento di Central Park, quasi acchiappando il cielo.

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