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Bel Paese, eppure corrotto

Non dovrebbe essere accolto con una deplorevole scrollata di spalle -come hanno fatto in molti- l’esito dell’annuale classifica mondiale della corruzione, svelata da una organizzazione indipendente, la Transparency International, che nel suo rapporto sul grado di onestà dei diversi paesi del globo ha inserito l’Italia al 67° posto, con un risibile punteggio di 3.9 su 10. Un dato al ribasso, se è vero che il Belpaese nel 2009 si attestava alla 63ema posizione mentre, l’anno precedente, addirittura in 55ema.

Il Corruption Perceptions Index è considerato la misura più credibile al mondo per valutare la corruzione nel settore pubblico: i paesi ottengono un punteggio da zero a dieci (con cui zero indica livelli elevati di corruzione e dieci, invece, molto bassi). Quest’anno meglio del nostro Paese, accreditato, come riferito, di un misero 3.9, hanno addirittura fatto Ruanda e Samoa.

Non è un bel vanto, questo “rating”, anzi, immalinconisce alquanto, posto che, tra le democrazie occidentali, l’Italia è una virtuale “maglia nera”, ultima e staccata dai paesi più industrializzati, o presunti tali. Testimonia che, in Italia, la corruzione è pratica nota e conosciuta, soprattutto super-praticata. Insomma, sarebbe meglio vivere a Copenaghen, visto che la Danimarca, assieme alla Nuova Zelanda, è in vetta alla classifica, come dire che laggiù, nei due poli opposti del mondo, la corruzione è vista come il fumo agli occhi, non praticata, per nulla inflazionata.

In fondo alla classifica Paesi largamente devastati dalle guerre (Iraq, Afghanistan, Somalia) o governati da crudeli giunte militari, come la Birmania. Qui le mazzette, il giro di soldi è ingente e nessuno può dirsi immune. Gli Stati Uniti registrano un normalissimo 22° posto. E’ la posizione dell’Italia a suscitare ovvie ripercussioni: tornano alla mente le istantanee di amministratori locali che hanno intascato, per pilotare appalti, decine di migliaia di euro, rigorosamente cash per non lasciare tracce contabili sui conti correnti.

Qualcuno, al Sud, si vendette – in ambito sanità – anche per un paio di cappotti. O per un paio di scarpe. Aneddotti che hanno trasmesso un grandissimo senso di malinconia perché l’onestà di chi è a capo di comuni o provincie dovrebbe essere sacra e mai intaccata da inchieste/indagini. L’Italia, invece (e questa è colpa ascrivibile all’attuale politica, sempre più distante, da qualsiasi osservatorio lo si veda, dai bisogni dei cittadini normali) si colloca nella parte centrale della particolare classifica, dietro la Croazia, la Macedonia, il Ghana, le isole Samoa.

Precediamo la Georgia, il Brasile, Cuba, Montenegro e Romania ma non deve essere un titolo di merito, tutt’altro. Occorrerebbe – a mo’ di panacea – cercare di approvare in fretta una nuova legge sulla corruzione. Peccato che il Decreto legislativo sia parcheggiato in Commissione Senato, rimasto al palo per concedere binario privilegiato al famigerato “Lodo Alfano”.

 

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