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Assassinio sul metrò

Una storia di ordinaria follia ha prodotto una morte inaccettabile sulla metropolitana di Roma. Due rumene, prostitute, hanno cercato di scippare una ragazza di ventidue anni. Logica reazione della vittima, strattonamenti, quasi una colluttazione. Ad un tratto, come fosse una stoccata, imbracciando un ombrello, una delle due rumene ha trafitto l’occhio della ragazza, che è stramazzata al suolo.

Nessuno, all’interno del convoglio, ha reagito e questa silenziosa assuefazione al crimine ha costituito un altro dei malinconici risvolti di questa storia folle, frutto di una società malata. Le due rumene sono scese alla prima stazione, fuggendo a perdifiato sulle scale. Le telecamere fisse hanno immortalato il viso delle due assassine, rendendo successivamente più facili le indagini e la successiva cattura.

Vanessa, ventidue anni appena, il sogno di diventare infermiera, i pochi risparmi investiti in un corso professionale, ha lottato tra la vita e la morte solo per qualche ora. La punta dell’ombrello le aveva trapassato il bulbo oculare, recidendo pure una arteria cerebrale.

I medici del Policlinico hanno diagnosticato un colpo violentissimo, alla stregua di un proiettile esploso da una pistola. La Polizia, grazie alle testimonianze e ad alcune segnalazioni, ha solcato da subito la pista giusta mentre nel quartiere di Vanessa, alla borgata Fidene, si alimentava l’odio razziale, il sentimento della vendetta una volta intuito che le assassine erano profughe dell’Est, che sulla via Tiburtina, una delle arterie più battute di Roma, erano solite prostituirsi.

In pochissime ore gli inquirenti hanno ricostruito la vita delle due assassine, una maggiorenne – quella che avrebbe colpito Vanessa – l’altra minorenne. Abitavano in un albergo di Tivoli, pagando settanta euro al giorno. Dalle otto della sera si prostituivano, fino all’alba.

Rientravano in albergo, saltando la colazione, che pure era inclusa nella tariffa. Erano abituate, di giorno, a prendere la metro, in un impeto di civetteria, magari acquistando qualche capo di abbigliamento in centro. Talvolta preferivano rubare, qua e là, senza una meta, sui convogli oppure scippando.

Le loro erano facce conosciute, nell’underground romano: non è stato difficile mettersi sulle loro tracce. Le hanno arrestate davanti ad una edicola di Tolentino, nelle Marche. Si sentivano braccate, inseguite perché giornali e, soprattutto, tv, avevano diffuso i loro identikit. Avevano scelto le Marche perché lì abitava la madre di una delle due.

Una notte agitata, pensando al modo di lasciare l’Italia, magari ricominciando una vita di espedienti in un altro paese d’Europa. L’accusa, ora, è di omicidio volontario, come dire che la loro esistenza si chiuderà in anticipo, segnata dalle sbarre e da una lunga condanna. Hanno ucciso, con una procedura tribale, una ragazza inerme di ventidue anni, lasciando atterrita una città che ormai vive con sgomento l’emergenza criminalità.

Giorgio Bicocchi

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