Andreotti, 91 candeline
Una trasmissione televisiva lo ha chiamato a casa alle otto del mattino per fargli in diretta gli auguri. Giulio Andreotti, classe 1919, ha ringraziato con voce ferma, non disdegnando le tradizionali battute e l’acclarato cinismo. “I miei compagni di scuola non ci sono piú… Niente torta, la terró per i festeggiamenti del centenario”.
Nella grande casa di Corso Vittorio, davanti Castel S.Angelo e il ponte sul Tevere che conduce direttamente in Vaticano, Andreotti ha trascorso il giorno del novantunesimo compleanno in compagnia di moglie, figli e nipoti, indugiando al telefono, certo ripensando – alla stregua della pellicola di un film che si riavvolge lentamente – al ricchissimo ventaglio di esperienze (professionali, politiche, umane) che ha vissuto. Andreotti condensa la storia d’Italia, inutile girarci attorno.
Lo testimoniano i numeri, i riscontri (sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, solo per fermarsi agli incarichi piú prestigiosi) e l’affezionato dossier – alimentato personalmente e dalle fidate segretarie – che condensa tremilacinquecento faldoni, dal lontanissimo 1944 ad oggi. Nato a Roma da genitori che provenivano da Segni, mantenne un legame sempre saldo con gli elettori della Ciociaria. Un giorno, tenendo un comizio in quella zona vicino Roma, famosa per la coltivazione di carciofi, Andreotti chiese agli astanti se preferivano che lui, dal palco, parlasse di politica oppure di come cucinare a tavola proprio i carciofi.
Fu un successo, Re Giulio (è uno dei tanti soprannomi che lo hanno accompagnato sulla scena politica) venne succes- sivamente eletto, restando legatissimo a quella terra. Non è un caso che, per anni, la Democrazia Cristiana ha costruito in Ciociaria – o comunque nel Basso Lazio – una sorta di feudo inespugnabile. Ha cominciato a fare politica con De Gasperi, ha proseguito con Moro, Zaccagnini, Spadolini, Rumor, superando sempre ogni tempesta. Ci sono stati momenti in cui il suo natante ha imbarcato acqua (le polemiche, aspre, successive al rapimento-Moro, i processi subiti per l’omicidio-Pecorelli e i suoi presunti - perché mai provati compiutamente da una sentenza - legami con boss mafiosi).
Andreotti è stato alla sbarra di processi, mediatici e televisivamente spettacolari. Si è difeso ingaggiando avvocati importanti, sempre uscendone sostanzialmente pulito, facendo ricorso a battute ad effetto, all’ironia e all’intelligenza arguta. Senatore a vita dal ’92 (fu quello l’anno in cui fu, per l’ultima volta, Presidente del Consiglio) ha sempre cullato – pur senza manifestarlo apertamente – un grande cruccio: quello di non aver varcato il portone del Quirinale, eletto Presidente della Repubblica.
Bersaglio continuo della satira (ha sempre sorriso, senza mai adire querele, come qualche successivo politico ha fatto), è entrato in films, canzoni, spot televisivi, nella cultura popolare, insomma. Impossibile che ció non accadesse, d’altronde, vista la statura e la popolarità del personaggio.