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Ali Agca é un uomo libero

Il Il carcere di Sincan, alla periferia di Ankara, è uno dei piú temibili della Turchia. Dispone di quasi quattrocento celle, riservate quasi esclusivamente ad ospitare detenuti che si sono macchiati di crimini contro lo Stato e di matrice terroristica. E’ qui che Ali Agca, l’uomo che attentó alla vita di Giovanni Paolo II°, sparandogli addosso – in piena Piazza San Pietro – due proiettili, ha vissuto gli ultimi dieci anni in completo isolamento. Azzerati i contatti con gli altri detenuti, ridotti al minimo persino i rapporti con i secondini.

Nonostante questa condizione psicofisica, Ali Agca, oggi cinquantaduenne, è stato visitato e ritenuto in un eccellente stato di forma. Ha mantenuto quegli occhi di ghiaccio, gli stessi che fecero il giro del mondo non appena – pochi minuti dopo aver sparato a Karol Wojtyla – venne arrestato, pochi metri dopo aver varcato il Porticato di Piazza San Pietro. Allora, in Vaticano, le misure di sicurezza c’erano, decisamente piú blande, peró, delle attuali. Fu proprio quell’atto vigliacco contro il Papa a cambiare le cose, ad accentuare la protezione e la security. Era il maggio dell’81, un pomeriggio di gran caldo.

Il Papa era a bordo della jeep, condotta quasi a passo d’uomo dall’autista. Il Pontefice, vestito di bianco, salutava gli astanti. La pistola di Alí Agca fece capolino all’improvviso: diverse le foto che ritrassero una canna lucente fare breccia tra la folla. Alí Agca sparó e si mise a correre verso il Porticato.

Da lí confondersi tra la gente normale, andando ad aspettare il convoglio della metró o il passaggio di un qualsiasi bus, avrebbe equivalso al conseguente passaggio verso la libertà e la latitanza. Venne invece arrestato e condannato, l’ex appartenente ai Lupi Grigi, gruppo terroristico appartenente all’estrema destra, legato al fondamentalismo islamico, dimostrando la sua contorta personalità. Personaggio ambiguo, Agca, che ha invano richiesto, prima di essere liberato, asilo politico in Polonia, Portogallo e persino Città del Vaticano: a distanza di quasi trent’anni sono sempre rimasti oscuri i fini della sua azione. Non fu mai accertato, ad esempio, se lavorasse al soldo di qualche servizio segreto deviato.

Oppure se abbia realmente agito da solo e il perché. Resta l’impressione di una personalità complessa e mai completamente esplorata. Il Presidente della Repubblica, Ciampi, gli concesse la grazia (con l’avallo del Vaticano) nel 2000: Alí Agca venne allora estradato in Turchia per espiare la condanna relativa all’omicidio di un direttore di giornale. Appena libero, ha promesso che verrà a visitare la tomba, in Vaticano, di colui che aveva cercato di uccidere, cercando magari moglie proprio in Italia.

“Io sono Gesú eterno, la fine del mondo è imminente”, ha sinistramente tuonato appena fuori le sbarre del carcere di Sincan. Eppure qualcuno pare disposto a elargirgli tre milioni di dollari per raccontare in pubblico – o tramite un libro - le sue (presunte) verità.

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