Un mondo "Oscuro": dietro il buio e una chiacchierata con Giorgio Pressburger
L’occasione di incontrare il poliedrico Giorgio Pressburger, nelle sue mutevoli vesti di regista, drammaturgo, scrittore e intellettuale dei più fini nell’Italia contemporanea, è sempre un privilegio. Ma la possibilità, nel giro di 48 ore, di poter vedere il suo ultimo film presentato al Festival di Venezia, Dietro il buio (2011), e poter assistere ad un suo intervento sulla presenza della “lingua madre” nella letteratura contemporanea, è certamente un evento speciale, che regala una prospettiva più completa e dettagliata sul mondo creativo e poetico dell’autore.
L’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles (IICLA), Italians in Film e COM.IT.ES Los Angeles, in collaborazione con il Dipartimento di Italiano di UCLA, hanno reso possibile questa immersione nell’opera e nella teoria di Pressburger, con un doppio evento a Westwood: una serata all’IICLA dedicata alla nuova fatica cinematografica del regista di origini ungheresi, e un incontro a UCLA per discutere del problema della “lingua” in cui scrivere, “lingua” intesa come mezzo espressivo che si propone come dialettica tra varie lingue nazionali concorrenti nella mente dello scrittore, o registri narrativi diversi, o, più specificamente, come contrapposizione tra lingua e dialetto.
L’evento serale nella bella sede dell’IICLA a Westwood ha attratto un pubblico molto numeroso, memore certamente della precedente visita di Pressburger a Los Angeles nella primavera del 2011, in cui l’autore aveva parlato della sua produzione letteraria. Il direttore dell’IICLA, Alberto Di Mauro, ha dato il benvenuto ai presenti e ha presentato il regista, ricordando tra le sue recenti occupazioni quella di direttore generale dell’IIC di Budapest.
Promotore instancabile della cultura italiana all’estero, Pressburger ha quindi preso la parola e ha spiegato che il film è stato creato per una mostra a Barcellona dedicata allo scrittore e traduttore Claudio Magris, dal cui romanzo Lei dunque capira (2006) è appunto tratto il film. Il regista ha poi ammesso di essere stato affascinato dal testo, oscuro e dai forti richiami mitologici, due elementi che egli ha cercato di preservare nel suo libero adattamento cinematografico, sia nella sceneggiatura che nella regia.
Il film, iniziato poco dopo, ha mantenuto la promessa di un carattere cupo e claustrofobico fin dai titoli di testa, dove solo un esiguo spiraglio di luce si fa strada attraverso uno schermo scuro e inquietante. L’oscurità nel lavoro di Pressburger non è solo un simbolo che ricorre ossessivamente nelle inquadrature, nei dialoghi e nella scelta di girare molte scene notturne, ma una presenza fisica, incarnata dal “presidente” della casa dove la protagonista risiede nella sua proiezione mentale; un presidente fatto d’ombra, che mai parla o si fa presente in modo tangibile, ma resta una presenza fatta di giochi di luci e di musica.
La protagonista stessa esiste solo nell’oscurità, elemento a cui ella sente di appartenere; qui la tenebra diventa allegoria di un sogno eterno, di morte, e l’impressione è confermata dai continui riferimenti, alcuni preziosi e sottili, altri più evidenti, al mito senza età di Orfeo e la ninfa Euridice. Pressburger intreccia i temi del sogno, della morte e dell’oscurità in una trama costruita di richiami fiabeschi, religiosi e mitologici, proponendo un lavoro di fine indagine psicologica, complesso e non immediato, ma che invita a riflettere sull’idea di morte, e quindi di vita, e di cosa esse significhino nel mondo moderno.
A seguito del film, premiato con un lungo applauso, Eleonora Granata di Italians in Film e il regista teatrale Fernando Scarpa hanno aperto una discussione sul messaggio, “splendido ma inquietante”, del lungometraggio: il tema dell’invisibilità, del ridursi ad essere ombre senza una reale presenza nella società. Pressburger ha insistito soprattutto sulla necessità di un messaggio nel cinema contemporaneo, italiano e internazionale, che deve giocare un ruolo in prima linea come interlocutore del pubblico; e, ha aggiunto, uno dei suoi prossimi progetti riguarderà proprio uno di questi ‘invisibili’, il giovane filosofo italiano suicida Carlo Michelstaedter.
Il giorno seguente, nella splendida cornice di Royce Hall a UCLA, Pressburger ha ulte- riormente esplicitato le temati- che espresse in Dietro il buio; introdotto dal Professor Thomas Harrison del Dipartimento di Italiano di UCLA, lo scrittore ha infatti discusso il suo recente romanzo Nel regno oscuro (2008), primo volume di una trilogia dagli echi vergiliani e danteschi in cui egli, attraverso una serie di incontri con personaggi chiave del Novecento e grazie alla guida di un inedito Freud- Virgilio, descrive il ventesimo secolo come un’ecatombe nel cui “meccasnismo infernale” è davvero esistito un “inferno” per gli uomini. Un altro riferimento all’oscurità, quindi, che lega i titoli delle due opere così come il loro messaggio per il pubblico e si ricollega all’idea di un impegno necessario, da parte degli scrittori, di combattere questo “buio” e portare alla luce, attraverso le loro opere, temi e significati spesso ignorati o sottovalutati.
Pressburger ha lamentato un certo atteggiamento consolatorio nella letteratura contemporanea, che sembra aver perso il desiderio di scandagliare le profondità dell’animo umano, di “mettersi nella gabbia toracica” di un personaggio e indagare le sue reazioni.
Attraverso aneddoti ed esperienze personali, lo scrittore e regista ha parlato poi della propria esperienza e della decisione di scrivere della città natìa, Budapest, e della propria cultura ebraica, ma esclusivamente in italiano e non nella sua lingua “madre” ungherese. Una decisione sofferta, che lo ha portato a parlare di un’esperienza traumatica e della necessità di narrarla, utilizzando tuttavia uno strumento estraneo al contenuto stesso; Pressburger ha sottolineato come la scelta dell’italiano abbia per lui aperto nuove possibilità espressive, permettendogli di creare una narrazione al contempo vicina e lontana al ricordo del passato.
Sollecitato anche dalle domande del pubblico, egli ha anche discusso i rischi dell’adottare una lingua e una tradizione letteraria appartenenti ad altre culture.
Lo scrittore ha concluso con una riflessione sull’importanza della ricerca dell’identità attraverso un processo di differenziazione da ciò che è “altro”; una ricerca problematica, che sta al centro dei maggiori conflitti del nostro secolo, e che, secondo Pressburger, la letteratura, il cinema e il teatro dovrebbero prendere come indagine fondamentale per riguadagnare un’importanza centrale nella società di oggi.
Camilla Zamboni
Collaboratrice