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Roberto Croci, una “Bestia” nello Zoo di Los Angeles

Venice Beach. Un classico pomeriggio di luci, colori e profumi nella più pittoresca cittadina dell’intera Contea di Los Angeles: io e Roberto Croci, seduti su una panchina a metà tra la spiaggia e la promenade. Roberto è ormai da parecchi anni un personaggio molto conosciuto all’interno della comunità italo-losangelina e non solo, ex interprete parlamentare, ex produttore di film, ex documentarista, ex conduttore radiofonico Rai, oggi giornalista e scrittore.

Nelle sue parole non c’è soltanto la sua storia personale bensì quella di Los Angeles dell’ultimo ventennio: l’epoca dei “riots” a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, degli scontri tra “gangs” rivali, delle mille difficoltà che persistono ancora oggi soprattutto in ambito sociale. Una città che nonostante tutto e grazie alla sua gente (“il vero spettacolo della City of Angels”, come dice Roberto) riesce a tirar fuori le unghie e a mostrare la bellezza della capitale economico-artistico-morale dell’intera California.

Una delle interviste più intense che mi siano capitate, schietta e sincera, una di quelle interviste dove devi semplicemente accomodarti e ascoltare il personaggio che hai davanti, cercando di non perdere la bussola nel fiume di parole e ricordi.

Chi è Roberto Croci e cosa ci fa a Los Angeles?

Sono arrivato a Los Angeles il 7 gennaio 1986 alle due del pomeriggio con un biglietto di sola andata. Quel giorno a Milano ci fu una nevicata storica, qui splendeva un sole meraviglioso. La sera stessa del mio arrivo in città conobbi Dino De Laurentiis ad una festa: dopo una breve chiacchierata mi diede in mano il copione di “Conan The Barbarian”, che gli riconsegnai tradotto in meno di sei ore. Fu lì che mi chiese di lavorare per lui in veste di traduttore di copioni e interprete sul set: naturalmente accettai.

Lo seguii a New York e nei suoi studi in North Carolina: il primo film fu “L’Anno del Dragone” con Mickey Rourke, mentre l’ultimo è stato il remake di “Hannibal”. Dopo questa lunga esperienza sono ritornato a Los Angeles, dove ho vissuto in lungo e in largo per la città, passando da Hollywood a West LA fino a UCLA, dove ho giocato anche un anno nella squadra di calcio dell’Università: volevo vivere on campus. Alla fine mi sono stabilito a Venice, dove vivo tuttora con moglie e figlia, e ora sono giornalista di diverse testate italiane.

Come mai il soprannome “La Bestia”?

Il soprannome “La Bestia” è nato in occasione di un diverbio con un ascoltatore, quando conducevo nel 1990, da Los Angeles, un programma radiofonico dal titolo “Planet U.S.A.”. Il diverbio fu causato dalla mia consuetudine di chiamare “negri” i miei amici musicisti rap e hip-hop di colore dei quali mandavo in onda le canzoni, e insieme ai quali tra l’altro ho vissuto per un certo periodo a Compton e Ladera Heights. Ho spiegato a questo ascoltatore che il termine “negro” ha un’accezione erroneamente negativa se pronunciato da qualcuno che non ha nulla a che vedere con razzismo e schiavitù: la sua etimologia e il suo significato tecnico infatti non sono né dispregiativi né volgari, e qualsiasi dizionario è in grado di confermare questa tesi.

In seguito a questa vicenda un altro ascoltatore, sostenendo la mia causa, mi ha chiamato in trasmissione dicendomi: “Accidenti Roberto, sei un animale, una bestia!”. Da lì quindi il soprannome, che mi accompagna ancora oggi e che è legato indissolubilmente alla mia persona, alla voglia di essere sempre disponibile e sincero. Sempre.

Hai incontrato diversi protagonisti di Hollywood e non solo, chi ti ha lasciato un’impressione davvero positiva?

Potrei citare un’infinità di esempi. L’intervista più bella dal punto di vista umano è stata senza dubbio quella con Lloyd Kahn, uno dei tre fondatori del movimento Hippie: andai a trovarlo a Marin County dove vive tuttora e trascorremmo insieme una delle sue tipiche giornate fatte di Irish Coffee, nuotate nella San Francisco Bay e “skateboarding”. Ricordo l’incontro con Quentin Tarantino, quando gli chiesi di raccontarmi della sua infanzia e dei suoi viaggi in autobus tra Long Beach, Pasadena e San Diego, durante i quali ascoltava affascinato le conversazioni tra i passeggeri.

Altra bellissima intervista è stata quella con Dustin Hoffman: un’intera giornata passata insieme, terminata con un giro sulla mia Vespa (nonostante Hoffman sia un “lambrettista” convinto, ndr) e nella quale, raccontandomi della sua vita, delle sue esperienze e del suo amore per Fellini e il cinema neorealista italiano, mi ha confidato, seduto ad un pianoforte in un locale, che se non avesse fatto l’attore avrebbe tentato una carriera nel jazz.

Parlaci un po’ del tuo seguitissimo “Ganzo”, un luogo dove si incontrano e fraternizzano la cultura italiana e quella americana…

“Ganzo” è un web magazine (www.ganzomag.com) ideato insieme a Vladi Delsoglio, creatore del gruppo “Italiani in Los Angeles” su Facebook (più di mille iscritti che si confrontano e si aiutano tra di loro, una “Little Italy” multimediale che sopperisce alla mancanza di una reale, ndr). Sono editor in chief di questo magazine, che si prefigge di raccontare storie, passioni, profili e segreti degli italiani in giro per il mondo, con un’attenzione particolare alla California. “Ganzo” è realizzato esclusivamente in inglese e descrive appunto l’”italian lifestyle” diffuso fuori dai confini nazionali: viaggi, moda, cucina, letteratura, qualsiasi cosa. Quando ci ricordiamo di essere i discendenti di Michelangelo e Dante siamo davvero in grado di fare la differenza, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Qual è il tuo“american dream”?

Il mio “american dream” è quello di dare vita ad uno show televisivo dal titolo “Italiani si nasce”, il promo di questo progetto è già stato realizzato. La storia di noi italiani, all’estero e in giro per il mondo. Esempi di gente come me che ha deciso di lasciare l’Italia per un’avventura, che ha deciso di esplorare il mondo come Marco Polo, ce ne sono a volontà. Vorrei raccontare non solo delle opportunità che gli italiani incontrano in giro per il mondo, ma anche dell’amore e della nostalgia che ognuno di noi sente dentro di sé quando decide di abbandonare il paese più bello che ci sia.

 

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