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Le Watts Towers accolgono le DIVE

Tra le molteplici iniziative che l’Associazione D.I.V.E. di Los Angeles (Donne Italiane che Vivono all’Estero) propone e mette in atto, la visita alle Watts Towers, nel distretto di Watts a Los Angeles, è l’ultima in ordine di apparizione, ma sicuramente uno tra gli eventi più stimoltanti e originali.

Difficile soffermarsi sulle notizie di rito, perché il desiderio di spingersi oltre con la descrizione, i collegamenti artistici e culturali, le sensazioni che questa opera ha scatenato in tutte noi vorrebbero prendere il sopravvento. Ma teniamo a freno la nostra esuberanza e andiamo per ordine.

Le Watts Towers sono una collezione di ben 17 strutture collegate tra loro, edificate, decorate e rifinite da Simon Rodia, un operaio edile di origine italiana nato nel 1875 (e morto nel 1965 a ben 90 anni!) in provincia di Avellino ed emigrato negli Stati Uniti all’età di 15 anni.

Già nel nome è un originale, infatti sosteneva in realtà di chiamarsi Rodella o Rodilla, e che il suo vero nome fosse Sabatino o Sabato. Due di queste strutture da lui edificate, chiamate torri, raggiungono l’altezza di 99 piedi (30 metri) e Simon le ha costruite nel “tempo libero” per un periodo di ben 33 anni dal 1921 al 1954.

Motivo? Forse la causa scatenante era stata la prematura morte della figlia, fatto che ha provocato in lui una profonda depressione, che ha poi portato la moglie e il figlio rimasto ad allontanarsi a loro volta da lui, facendolo rintanare in un mondo fantastico, il solo dove riusciva ad esorcizzare le sue paure.

Ininterrottamente, giorno dopo giorno, Rodia dedicava ore alla meticolosa creazione della sua opera che prendeva l’aspetto stilizzato di una nave, una nave completa di gazebo e forno per il pane, con la prua rivolta ad est, quasi in un inconscio tentativo di prendere il largo e tornare a casa.

Straordinario sapere che componeva e decorava la sua opera usando pochi rudimentali attrezzi e le mani nude, lavorandoacciaio, pezzi di tubi o addirittura vecchie rotaie abbandonate trovate lungo la ferrovia lì vicino, ricoprendoli di malta e sabbia. Ogni singolo centimetro di queste sculture è ricoperto di materiali come pezzi di bottiglie, frammenti di vetro di ogni genere e colore, cocci di porcellane e ceramiche, piastrelle di ogni dimensione e fattura e conchiglie; si possono riconoscere immersi nel grigio composto che forma le strutture alcune bibite che recano il logo 7Up, Bubble Up o Canada Dry, mentre il vetro blu è riconducibile al contenitore del latte.

Simon chiamava questa sua creatura Nuestro Pueblo, la nostra città, ed in effetti la sensazione che si prova ad addentrarsi in questo spazio che ci danza davanti nella sua armonia colorata è di un vociare, un brusio di folla, come essere al mercato e poter sentire i passi della gente, il ridere allegro di qualche ragazza o il grido di richiamo degli ambulanti.

Ma, ancora più incredibile, ciò che rievoca alla mente questa straordinaria dimostrazione di costanza e arte, è qualcosa che ha radici profonde, quasi storiche, qualcosa di europeo. Sarà perché guardando l’opera di Rodia viene spontaneo il pensare ad un grande architetto e artista di fine ‘800, Antonio Gaudì, e soprattutto a quelle sculture del Parco Guell, a Barcellona, dove i pezzi di vetro, le ceramiche rotte e le piastrelle compongono quelle opere d’arte che non ci si stanca di ammirare.

In una tiepida e tranquilla giornata di sole quindi, un gruppo di DIVE, su iniziativa e organizzazione della Vice Presidente Paola De Mari, che ringraziamo, ha potuto gustare questo spettacolo creato da un uomo piccolo ma agile, che lavorava con attrezzi semplici da solo e che, con solo la forza di volontà, è riuscito a lasciare dietro di sé una traccia indelebile del suo genio creativo.

Ldr

 

 

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