Intervista ad Alberto Di Mauro, neo-Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles
Fumata bianca all’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles, dove da qualche settimana è stato nominato il nuovo Direttore: Alberto Di Mauro. Lo incontro, puntualissimo, nel suo ufficio, e mi trovo subito accolta da grande cordialità e gentilezza.
Comincio con il chiedergli di lui.
D.: Sono nato a Messina, in Sicilia, dove ho vissuto fino al periodo dell’adolescenza, poi mi sono trasferito con la famiglia a Roma, città dove mantengo i legami maggiori. Sin da piccolo mi sentivo interessato a viaggiare, vedere nuovi posti, e soprattutto scoprire luoghi dove potevo incontrare e calarmi in culture e tradizioni diverse. Proprio per tale motivo, quando si è presentata l’occasione per poter partecipare ad un concorso indetto dal Ministero degli Esteri per questo tipo di lavoro, ho deciso di provare. Da lì è iniziata la mia carriera presso gli Istituti Italiani di Cultura., un’attività che mi permette di calarmi in realtà diverse, non in modo superficiale come può avvenire per un turista, ma vivendoci per un certo periodo..
Io: E quindi viaggiare è diventata la sua vita.
D.: Sì, era una cosa che sin dal periodo dei miei studi universitari mi ha appassionato. Infatti dopo la mia prima laurea in lettere, ne ho preso una seconda, in Lingue Scandinave, che mi ha permesso per tre anni di studiare ed effettuare ricerche in Norvegia.
Io: Quali città ha toccato fino ad ora nel suo lavoro di direttore dell’Istituto Italiano di Cultura?
D.: Tel Aviv, Edimburgo, Dakar, Berlino, Jakarta, Tokio e Mosca.
Io: E tra tutti questi posti in cui lei ha avuto la fortuna di poter vivere, ce n’è qualcuno che occupa un posto particolare?
D.: Direi che in ogni luogo c’è sempre stato qualcosa di particolare, ognuno a modo suo è stato speciale, o per il lavoro, o per i rapporti con la gente o per i progetti allestiti. Ad esempio a Jakarta ho aperto dall’inizio l’Istituto, significa che ho dovuto cercare e ristrutturare la sede, trovare il personale, iniziare i corsi di lingua ecc.: è stato come vedere un figlio che cresce piano piano. O come ad Edimburgo con l’attuazione di una edizione del famoso festival a tema italiano con circa 350 eventi del nostro Paese. Ogni posto comunque mi ha dato qualcosa e mi ha arricchito nel lavoro e personalmente.
Io: E adesso comincia la sua avventua a Los Angeles...
D.: Infatti, arrivato a questo punto, avevo chiesto di poter essere nominato in una sede negli Stati Uniti. Come detto, avevo già toccato Europa, Asia, Africa, mentre negli Stati Uniti non avevo mai lavorato, e quindi mi interessava proprio avere un’ esperienza qui. Vi avevo già soggiornato come turista, più volte, ma mai in questa veste completamente differente. Per me confrontarmi ancora una volta con una nuova realtà tramite il mio lavoro è una cosa entusiasmante, sempre.
Io: Con il suo lavoro è in contatto spesso con molti italiani?
D.: L’Istituto Italiano da un lato intende promuovere la cultura italiana all’estero tra i locali, ed in questo compito viene ad organizzare eventi anche per la comunità italiana che si trova nel Paese dove si opera. Bisogna tener conto che in alcune aree del mondo la comunità italiana non è molto radicata , ci si imbatte sempre in italiani che vanno e vengono per affari, ma che non hanno una loro residenza stabile. In altri Paesi invece, tra questi in primis, ovviamente, gli Stati Uniti, c’è una presenza stabile di connazionali.
In passato mi è già capitato di lavorare in un altro Paese dove c’era una comunità italiana consistente: la Scozia. Devo rilevare tuttavia che gli italiani oramai spesso risultano ben inseriti nella zona dove vivono, quindi lavorare insieme a loro vuol dire lavorare anche per i locali ed anzi il loro apporto diventa prezioso per una migliore conoscenza del nostro Paese all’estero.
Io: Quale impronta intende dare all’Istituto?
D.: Intanto dò atto dell’ottimo lavoro svolto dai miei predecessori. Ho trovato infatti un Istituto ben affermato, che gode in loco di un’ottima reputazione, punto di riferimento della cultura italiana.
Per me è importante che l’Istituto lavori soprattutto con le Istituzioni Locali. E’ importante presentare un evento, ma è ancora più importante quando questo permette di entrare nel tessuto locale. Ciò avviene in maniera spontanea quando vengono coinvolte le strutture culturali che operano nell’area. Credo anche che sia utile coinvolgere un pubblico vasto ed eterogeneo, con eventi nei differenti settori culturali. Occorrerebbe quindi non limitarsi solo allo spazio dell’ Istituto, ma intervenire presso le numerose e prestigiose sedi dove si svolgono eventi culturali.
Io: Nel suo lavoro privilegerà i rapporti umani?
D.: In ogni cosa che ognuno costruisce la parte umana è molto importante, se poi si parla di cultura, è una cosa essenziale! L’Italia cosa porta nella sua cultura? Da sempre l’aspetto umano, e quindi credo che questo sia un elemento inscindibile. L’ho visto anche nelle mie precedenti esperienze, nel costruire le varie cose bisognava sempre tener conto dell’aspetto umano degli interlocutori con cui si entra in contatto.
Ad esempio in Giappone ho potuto comprendere che il rapporto umano era cosa essenziale, ma difficile da costruire. Una volta creato, questo diventava molto più stretto di quello che noi immaginiamo in Italia. Diventava un rapporto di completa fiducia. Lo stesso accadeva per me in Norvegia. E’ una cosa quindi a cui sto molto attento.
Io: Se dovesse dire qual è la sua attività preferita cosa sceglierebbe?
D.: Senza dubbio il viaggio, come avrà capito. Amo moltissimo esplorare il Paese dove lavoro ad esempio, ed entrare in contatto con la natura, fuggendo per qualche giorno dai grandi agglomerati urbani. Fissare questa realtà nella fotografia è un’altra cosa che mi affascina. Amo moltissimo il cinema e questo direi che è il posto giusto! Anche se una delle cose fondamentali in questo lavoro è quello di bilanciare sempre i vari settori.
Io: Ha in mente già qualche programma?
D.: Penso che sia molto importante presentare la parte contemporanea della nostra cultura. Seguendo ll filo conduttore della nostra grande tradizione, è essenziale far conoscere la creatività dell’Italia di oggi nei vari settori culturali. Il passato classico è già ben conosciuto e quindi viene immediatamente apprezzato, ma è ancor più stimolante portare in un Paese la vitalità contemporanea che ci permette di esplorare l’evoluzione di un popolo.
Io: Sta già mettendosi al lavoro?
D.: Sono pronto, ma per prima cosa voglio ascoltare. Voglio capire certi meccanismi della realtà in cui mi trovo solo da alcuni giorni, per poi potere agire con più consapevolezza
Io: Qui all’Istituto ha trovato dei validi collaboratori?
D.: E’ stato piacevole ritrovarli dopo tanto tempo, proprio per una strana coincidenza della vita li avevo già incontrati in altre sedi: Massimo (Sarti Ndr) era stato per 7 mesi addetto dell’ Istituto Italiano di Cultura di Tokyo nel periodo in cui lo dirigevo, con Michela (Magrì Ndr) non avevo mai lavorato insieme, ma eravamo molto in contatto nel passato in quanto lei era arrivata immediatamente dopo di me a Jakarta. Il Console Generale Nicola Faganello, era primo Segretario all’Ambasciata a Jakarta, quindi per due anni io ho lavorato con lui. Il risultato che già appena arrivato a LA mi sono trovato un po’ come a casa!
In bocca al lupo al Direttore Alberto Di Mauro, al momento attento ascoltatore, ma che anche solo con questo gesto fa già comprendere come batterà forte il cuore del nostro Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles.
Luisa Da Re