Il cinema italiano contemporaneo in mostra a Los Angeles: Quattro film a "Cinema Italian Style"
Anche quest’anno “Cinema Italian Style” ha portato una selezione dei film italiani usciti nel 2011 a Los Angeles. La selezione italiana per l’Oscar, Terraferma di Emanuele Crialese, ha aperto le danze nel prestigioso Egyptian Theatre a Hollywood; un pubblico molto numeroso e molte personalità conosciute nella scena italo-losangelina hanno colorato la serata inaugurale di venerdì 11 novembre. Tuttavia, le successive proiezioni al più intimo Aero Theatre a Santa Monica non sono state da meno, e hanno offerto una panoramica più completa degli autori e delle tendenze del cinema italiano di oggi.
In questo articolo, prenderò in considerazione quattro film, proiettati in due serate all’Aero Theatre: Noi credevamo di Mario Martone, Corpo Celeste di Alice Rohrwacher, Habemus Papam di Nanni Moretti e Gianni e le donne di Gianni Di Gregorio. Una selezione abbastanza eterogenea, che mostra quattro registi, alcuni navigati, altri al loro debutto, che incarnano diverse anime della nostra produzione cinematografica contemporanea.
Il film di Martone, di respiro epico, si presenta con una storia interessante e poco trattata nel cinema nazionale, l’unificazione d’Italia. Nonostante il tempismo azzeccato (si ricordi che siamo ancora nelle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità) e l’evidente desiderio del regista di inserirsi nella tradizione del racconto epico-nazionale, che va da Senso di Luchino Visconti a Novecento di Bernardo Bertolucci e a La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, il film risente dei cospicui tagli apportati in sede di post produzione.
Originariamente vicino alle tre ore totali, il film è stato ridotto a 120 minuti con lo scopo, a detta del produttore, di poter partecipare alla selezione per l’Oscar; peccato che il montaggio finale risulti poco fluido, con scene amputate che fanno da contrappunto a passaggi lenti ed introspettivi. In generale, comunque, il film si richiama coscientemente alla tradizione viscontiana (nella colonna sonora che deve molto all’opera) e agli esempi di Bertolucci e Giordana, in cui già si cercava di contrapporre la storia privata dei protagonisti agli eventi della Storia nazionale.
Di certo speriamo esca la versione completa, sulla quale si potrà fare un discorso più definitivo.
Grande sorpresa del festival, come già a Cannes, è stato invece Corpo celeste di Alice Rohrwacher. La regista, al suo debutto con questo film, porta una ventata d’aria fresca in un cinema che troppo spesso si rifugia nella commedia per commentare la società contemporanea; infatti, il film non è di facile catalogazione. In Corpo celeste, Rohrwacher parla di Marta, una bambina cresciuta in Svizzera che torna nella nativa Calabria giusto in tempo per celebrare il sacramento cattolico della Cresima.
La regista non solo sceglie una giovane attrice (Yile Vianello) dall’espressività davvero notevole, ma crea, attorno alla piccola protagonista, un mondo sospeso tra realtà e allegoria, tra commedia e dramma. I personaggi che orbitano intorno a Marta, dalla tragicomica catechista Santa all’indifferente don Mario, sono complessi e difficili da inquadrare. Rohrwacher non cerca una facile risposta emotiva dal pubblico, ma presenta una realtà bigotta ma sincera e persino ingenua, nelle sue manifestazioni di entusiasmo religioso mischiato alle influenze pop della televisione e della cultura giovanile; tuttavia, lo sguardo della regista non si ferma al paesino isolato in cui Marta si trova a vivere, ma si spinge nelle maglie di giochi di potere più ampi, offrendo al pubblico una critica sociale giocata tra la satira e l’innocenza della bambina che se ne fa portavoce.
Con Habemus Papam, Nanni Moretti conferma la sua volontà di creare scandalo e dibattito, che contraddistingue i suoi lungometraggi sin da Io sono un autarchi- co del lontano 1976. Il film narra la storia di un Papa appena eletto (l’ottimo Michel Piccoli) in preda ad una crisi esistenziale e dello psicanalista ateo (Moretti stesso) che lo cura. Nonostante il film fosse preceduto da una fama di “dissacrante satira” sulla chiesa cattolica, ad una prima visione non si avverte una forte denuncia delle tradizioni religiose del Vaticano, ma piuttosto un divertito sguardo alla possibilità di sconvolgere in parte un mondo retto da leggi severe.
Il Papa- Piccoli comunica una grande umanità, nella sua incertezza nell’accettare il mandato divino, e i suoi vagabondaggi per le strade di Roma offrono delle ottime scene di muta introspezione psicologica, ormai molto rare in un cinema dominato dal dialogo e dall’affanno di spiegare per filo e per segno la psicologia dei personaggi. È determinante, in questo senso, la sequenza finale sul balcone del Vaticano, dopo che quelle tende rosse sventolanti hanno tenuto vive le speranze sia del pubblico riunito in Piazza San Pietro, sia di quello in sala; Moretti non offre la consolazione che ci si aspetta, ma mina invece alla base uno dei principi cardine della religione istituzionalizzata (un capo religioso che guidi i fedeli nella fede) e lascia i cardinali, il pubblico e gli spettatori nello sconcerto, creando un vuoto sullo schermo che la fine del film non colma.
È qui, forse, il momento di vera denuncia da parte del regista: quel vuoto descrive la situazione attuale della chiesa, o è spia e suggerimento per il futuro?
A chiudere questa panoramica, il nuovo film di Gianni Di Gregorio, dopo la buona prova di Pranzo di Ferragosto. Al contrario del film precedente, tuttavia, Gianni e le donne convince poco. Il film parte come commedia brillante, si arresta incerto tra comicità e dramma esistenziale e si chiude con una sequenza onirica che mostra Gianni con le donne della sua vita che lo curano e viziano; come analisi di un uomo che deve fare i conti con la sua vecchiaia, il film potrebbe rifarsi a capolavori quali Umberto D., ma manca un desiderio di andare più a fondo nella psicologia del protagonista, forse per ragioni di pubblico.
Ad ogni modo, una rassegna interessante per il cinema italiano, che dona alcuni spunti interessanti, soprattutto puntando sulle nuove leve.
Camilla Zamboni
collaboratrice