Subscribe  l History          Staff          About us          Contact us          Advertising         Links  
      

 

Atlantis Down - Il cinema fantascientifico visto da un italiano

Quello fantascientifico non è un genere propriamente italiano. Per questo la presentazione di Atlantis Down, film diretto da Max Bartoli, ha scatenato un particolare interesse tra gli appassionati di cinema della comunità italiana a Los Angeles.

Presentato lo scorso giovedi 15 settembre presso l’Istituto Italiano di Cultura, il film è stato preceduto da un rinfresco “pre- visione”, ottima occasione per incontrare il giovane regista e due degli attori.
La storia di Max Bartoli e del suo avvicinamento al cinema è alquanto curiosa. Laureato in legge, comincia a lavorare in uno studio legale, accorgendosi presto di voler fare tutt’altro. “Così ho lasciato tutto e ho deciso di mettermi a fare produzione” ci racconta. Un bel cambiamento dunque, di cui abbiamo avuto il piacere di discutere durante una piacevole intervista.

Max, spiegaci un po’ meglio il tuo avvicinamento al mondo del cinema.

M.B.: In realtà alla produzione c’ero già arrivato per altre vie: mentre mi stavo laureando in Legge, nel ’95, ho avuto la “folle” idea di fare un musical a Broadway, e quella è stata la mia scuola. Ho lavorato nei musical per dieci anni. Poi ho cominciato a lavorare come produttore di video a Londra e poi, dal 2002 al 2005, ho anche gestito diversi progetti per l’Italia, anche di alto livello.

Nel 2005 però decido che voglio fare regia e parto con un corto ambientato nel Medioveo, la mia passione. Perché io sono italiano, e allora mi sono chiesto: “Cosa ho io che gli altri non hanno? La storia!” Perché non farla diventare protagonista?

In Italia inizialmente il corto non è stato molto apprezzato; poi, quando ho cominciato a ricevere riconoscimenti a Los Angeles, New Y ork, Houston, sono cominciate ad arrivare le proposte. “Il corto è sempre lo stesso” ho risposto, “se non vi è piaciuto prima non vi piacerà neanche ora”. E così ho rifiutato. Per questo corto ho vinto 25 premi a livello internazionale ed ho anche ricevuto lettere di apprezzamento da parte del Papa e dalle più alte cariche dello Stato. Nonostante il documentario fosse una denuncia dell’ inquisizione, gli è stata riconosciuta una notevole obiettività storica. Questo documentario è stato il mio biglietto da visita negli Stati Uniti.

Come è arrivato Atlantis Down?

M.B.: Nel 2008 avevo cominciato un progetto. Avevamo già speso 180.000 Euro quando improvvisamente la Banca di New York ci chiama e ci dice che i fondi destinati al film non ci sono più. Era il picco della crisi economica. Ho imparato la lezione e ho deciso che avrei fatto un film che potevo controllare, con un budget molto ridotto e con pochi effetti speciali. Undici mesi dopo avevamo finito di girare Atlantis Down.

In questo caso però l’uso limitato degli effetti speciali si è rivelato anche un punto di forza. Se un film fantascientifico coinvolge anche senza fare uso di grandi tecnologie significa che il contenuto è valido.

M.B.: Sì devo ammettere che è stata una scelta indovinata. Non mi piacciono i mostri, quindi gli effetti speciali non mi servivano neanche tanto. Io guardo più ai maestri come Hitchcock, il maestro della suspense. Ti faceva vedere la bomba, ma non ti faceva vedere che esplodeva. Perché l’obiettivo è creare la tensione, non serve mostrare troppo.

Questa flessibilità sia nel gestire il budget che nel coordinare contemporaneamente diversi aspetti ti arriva dal tuo essere italiano?

M.B.: Credo di si. L’industria cinematografica americana funziona benissimo ma ha un’altra impostazione. Il lavoro è molto settoriale e, tranne che tu non sia un produttore indipendente, non puoi pensare fuori dalle righe. Noi italiani invece, abituati a fare le cose con budegt decisamente inferiori, gestiamo le cose in modo diverso.
Io infatti ho portato con me dall’Italia persone con cui ho collaborato per anni. Ognuno di noi fa più cose, e le facciamo col sorriso.

Perché un film fantascientifico?

M.B.: Io non sono un giocatore di scacchi, ma gli scacchi mi hanno sempre incuriosito. È il gioco di strategia per eccellenza ed ha tre seiti possibili: puoi vincere, perdere o pareggiare. E se pareggi devi rigiocare. Questa cosa continuava a girarmi in testa. Poi ho deciso ambientarla in uno space shuttle per creare una sorta di partita intergalattica. Le pedine della partita sono gli astronauti, messi uno per uno di fronte ad una scelta. Come vedi il fantascientifico fa da sfondo, ma siamo immersi in un thriller psicologico.

È interessante vedere come l’idea di fantascienza cambi negli anni. Cose che prima sembravano impossibili ora sono realtà. È per questo che il genere fantascientifco sembra orientarsi sempre di più verso la psiche umana, territorio ancora più difficile da esplorare?

M.B.: Probabile. Forse oggi ci chiediamo anche più cose sulla mente umana, proprio perché siamo coscienti della sua complessità. È per questo che ho voluto un film in cui devi porti delle domande e sei chiamato a darti delle risposte. Non mi basta “mostrare” una storia.

Perché hai lasciato l’Italia per gli Stati Uniti?

M.B.: L’Italia offre incentivi al cinema, ma troppo spesso lo fa in modo sbagliato. E poi non ha una buona cultura dell’investimento. L’America investe molto nello show business: ricevi tanti “no”, ma ricevi anche tanti “si”. C’è anche un’altra cosa che rende i due Paesi diversi: nella cultura italiana si tende a considerare il cinema come arte. Questo porta a privilegiare un tipo di prodotto piuttosto che un altro.

È un peccato, perché io credo che il cinema non debba essere necessariamente arte, ma un’espressione artistica. Ma questa ovviamente è una generalizzazione per descrivere un sistema che non va.
Il cinema italiano ha anche molto da dire, e ovviamente anche in Italia ci sono persone e film validi, che spesso riescono anche ad avere un meritato successo. Io però la mia strada l’ho trovata quà.

Alessandra Mastroianni
collaboratrice

 

English Sections

history A Bit of History
T. Ghezzo
scene Italian American Scene
C. Curci
tavola La Buona Tavola
Editorial Staff
wine Taste of Wine
F. Mangio
book The Book Review
K. Scambray
connection The Italian Connection
M. Gloria
words Words and Thoughts
A. Sbrizzi
 

Rubriche Italiane

Dalla Sicilia, un'isola a tre punte T. Di Fresco
"Qui Roma, a voi USA"
G. Bicocchi
Speciale Sport
Redazione
 
Dal libro...
In Compagnia Siciliana
A. Brunetti


L'Italo Americano is a member of FUSIE (Federazione Unitaria Stampa Italiana all'Estero) - COGITO (Consorzio Giornali Italiani Transoceanici) - Stampa Scalabriniana

PO Box 1287, Monrovia, California 91016 - Tel:(626) 359-7715 Fax: (626) 359-5286

© Copyright 2003 L'Italo-Americano - All Rights Reserved

Powered by AB