Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor
Capitolo XXII
Hollywood negli anni quaranta
-- Continua dalla puntata precedente
Era l’estate del 1942 e gli eventi mondiali col passare dei giorni, ci facevano preoccupare sempre di più. Alla stazione radio, noi potevamo accedere alle informazioni direttamente dalla Associated Press e quel contatto diretto con le cattive notizie, le rendeva in un certo modo, più deprimenti.
Nel dicembre dell’anno precedente, immediatamente dopo l’attacco giapponese alle Hawaii, gli stati Uniti dichiararono guerra al Giappone. La Germania allora dichiarò guerra agli stati Uniti. il nuovo anno si aprì con uno stato di caos che si aggravò ulteriormente nel Pacifico dopo la cattura di Manila e l’invasione di Bhurma, da parte dei giapponesi. La notizia che il nostro pianeta si era fatto rapidamente più piccolo con il primo volo Pan Am intorno al mondo, non fu accolta con entusiasmo. in febbraio, singapore si arrese al Giappone, che attaccò anche Darwin in Australia.
Il Presidente roosevelt firmò un ordine esecutivo che permetteva all’esercito americano di creare dei campi di concentramento in America. sulla costa occidentale questo riguardò da vicino tutti i giapponesi che abitavano lì, e sulla costa orientale i tedeschi e gli italiani. in seguito, comprendemmo il vero significato delle parole paura ed ansia, quando un sottomarino giapponese bombardò una raffineria di petrolio vicino a santa Barbara, solo un centinaio di miglia a nord di Los Angeles.
Improvvisamente, essere di discendenza italiana divenne un grande handicap in tutti gli stati Uniti. A New York, Chicago e san Francisco, sputarono addosso ai nostri connazionali che furono anche insultati, e a volte, persino picchiati. A Los Angeles, la situazione fu meno drammatica ma, comunque, era evidente una sostanziale diffidenza e spesso una certa ostilità. Diverse volte mio figlio tornò a casa in lacrime dicendo che Johnny o Jimmy non potevano più giocare con lui perché era italiano.
Un incidente simile accadde di nuovo un giorno in cui i nostri nuovi vicini acconsentirono a badare a nostro figlio. Mario stava giocando con i loro bambini sulla veranda, mentre noi eravamo a far spese. Quando tornammo a casa, lo trovammo seduto sulle scale che piangeva. infatti, non appena i vicini avevano saputo il suo nome e che era italiano, avevano fatto entrare in casa i loro bambini.
Poi, avevano detto a Mario di andare a sedersi davanti a casa nostra finché non fossimo arrivati. Miro ed io facemmo del nostro meglio per spiegargli la situazione, ma sono sicura che quell’avvenimento fu qualcosa che non dimenticò mai, anche quando divenne più grande. L’aspetto positivo della vicenda fu che gli servì ad imparare ad essere più tollerante verso gli altri. Però avevamo anche dei vicini che erano dei veri amici.
Infatti, dall’altro lato della casa, viveva la signora Dougan, una donna anziana di origine irlandese, che amava parlare con Mario. solevano stare seduti sulla veranda per ore con il suo bellissimo golden retriever di nome shamus. Poiché alcuni ragazzini e ragazzine del vicinato si prendevano gioco di Mario perché non sapeva parlare molto bene l’inglese, la signora Dougan decise di insegnarglielo. e lo fece veramente. Penso che Mario fosse il solo ragazzo italoamericano a parlare un perfetto inglese con accento irlandese.
Nella maggior parte dei casi comunque, gli italiani negli stati Uniti ebbero vita più facile di molte altre persone di discendenza tedesca o giapponese. Come ora sappiamo, molti di quei poveracci furono mandati in veri e propri campi di concentramento, con le loro famiglie, per tutta la durata della guerra. Questo non accadde agli italiani. A questo punto, vi chiederete quale fosse la grande opportunità che ci fece lasciare san Francisco, dove avevamo un buon lavoro, una famiglia e degli amici.
Partimmo per Los Angeles dopo aver ricevuto una telefonata da Washington da parte di un signore con un nome improbabile: Mike Bongiorno. A quel tempo, era il direttore del programma “Voice of America” che era stato ideato da poco. Il VOA era una nuova agenzia governativa che produceva e trasmetteva una serie di trasmissioni radio in diverse lingue in tutto il mondo, specialmente in paesi ostili agli Stati Uniti. I programmi erano realizzati per comunicare un’immagine positiva degli stati Uniti.
Era un aspetto considerevole dello sforzo fatto dalla propaganda di guerra ma, a giudicare dagli effetti valeva il tempo, la fatica e la spesa. Mike aveva visto molti dei film che avevo doppiato ed aveva ascoltato il mio programma alla radio di San Francisco. Aveva anche scoperto che Miro ed io ci occupavamo delle ricerche e scrivevamo i testi per il nostro show.
Mike stava cercando una o più persone che fossero capaci di intervistare personalità di Hollywood e poi di tradurre e doppiare le interviste in italiano per la trasmissione di “Voice of America” che andava in onda in italia ogni settimana. Mentre parlavamo al telefono, Mike si convinse sempre più di aver trovato le persone giuste. Dopo aver ricevuto una proposta di stipendio dalla VOA, che era più del doppio di quello che stavamo guadagnando in quel momento, noi accettammo con entusiasmo.
I nostri contratti furono preparati, perché li firmassimo, nell’edificio federale di san Francisco. Entro una settimana eravamo in viaggio verso Hollywood. Mike ci diede un mese di tempo per stabilirci a Los Angeles prima di farci cominciare a lavorare, e questo ci tornò utile, perché era molto difficile trovare una casa a causa delle migliaia di immigranti che arrivavano da tutti gli stati Uniti per vivere nello “stato d’oro”.
Hollywood sembrava essere il centro di quella immigrazione. Guidare da san Francisco a Los Angeles nei primi anni quaranta era una vera e propria avventura, spesso anche pericolosa per diverse ragioni. Prima di tutto, le autostrade erano ancora un sogno. La strada principale era lungo la costa del Pacifico. Aveva solo due corsie, una per andare ed una per tornare. Per la maggior parte del tempo, si procedeva a passo di lumaca dietro a qualche camion stracarico. Provare a superare era molto pericoloso, anche perché le macchine non avevano i cavalli di potenza e la ripresa di oggi.
Le stazioni di servizio erano poche e spesso chiuse o aperte per tempo limitato. Spesso finivamo la benzina e a volte si doveva aspettare pazientemente l’arrivo del camion di rifornimento. Naturalmente, non c’erano catene di fast food lungo il percorso, perciò preparavamo sempre almeno tre pasti e un termos pieno di caffé forte, per sicurezza. Le strade erano piene di buche e quindi le forature erano una minaccia costante. A causa dei razionamenti dovuti alla guerra, dei pneumatici nuovi erano da escludere, anche se si avevano soldi. e naturalmente, noi non li avevamo.
Miro ed io cominciavamo sempre il nostro viaggio all’alba perché volevamo avvicinarci il più possibile a Los Angeles prima che scendesse la notte, a causa delle condizioni delle strade e perché i fari delle macchine dovevano essere parzialmente coperti per evitare possibili attacchi nemici. Per noi guidare di notte era fuori questione. A volte ci occorrevano fino a tre giorni per viaggiare da san Francisco a Los Angeles.
Ci fermavamo nei pochi hotel o motel decenti lungo la strada. Avevamo saputo da alcuni amici, che avevano già fatto spesso quel viaggio, dove si trovavano i posti migliori. L’altra sfida era prendersi cura di un bambino durante il lungo viaggio. in quei giorni, non c’erano pannolini usa e getta o salviettine, e neppure apparecchi a batterie per riscaldare il cibo per bambini o seggiolini per le macchine.
Gli innumerevoli gadgets salvatempo su cui le mamme contano molto in questi giorni non erano neanche immaginabili allora. Ma come molti altri genitori, facemmo del nostro meglio con quello che avevamo e continuavamo così la nostra vita. Mia suocera, che noi chiamavamo Nonna Dora, e Maria Bazzano, ci raggiunsero subito dopo che avemmo affittato una grande casa in stile spagnolo su edinburgh street a Los Angeles.
Maria fece domanda e immediatamente venne assunta, per un posto di segretaria nel dipartimento degli studi Paramount, grazie ad un amico di Miro che ci aveva informato stavano cercando personale per diverse posizioni. Dopo circa un mese, arrivarono anche i miei genitori e la nuova casa si riempì anche se c’era sempre posto per amici e parenti durante le cene domenicali.
Tutte le domeniche nonna Dora andava a messa alle otto di mattina, così poteva essere a casa per le nove per cominciare a preparare i suoi famosi gnocchi con un sugo i cui ingredienti erano un segreto. Un giorno finalmente riuscii a scoprire la ricetta che rendeva il suo sugo così speciale ed ora la condividerò con voi.
GLI GNOCCHi DI NONNA DORA, per sei persone affamate! (se le persone sono diciotto o venti, come accadeva spesso a casa nostra, moltiplicate semplicemente per tre gli ingredienti) Voglio anche darvi un avvertimento preventivo: “roma non fu costruita in un giorno”. La preparazione del sugo solamente può richiedere fino a tre ore e gli gnocchi due ore, ma naturalmente vale la pena aspettare.
-- Continua alla prossima puntata
Related websites:
www.argentinabrunetti.com (The weekly "Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine”)
www.argentinabrunetti.com/it (An Italian language version of Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine, with particular emphasis on the Italian film industry)
www.insiciliancompany.com (A synopsis of the book in English and where to buy it plus a bio of Argy & press release)
www.incompagniasiciliana.com (The above web site translated into Italian)