Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor
Capitolo VII
Seguendo le orme di sua madre
-- Continua dalla puntata precedente
L’atto modificato, in cui fui inclusa, era una scena in cui dei paesani stavano andando in chiesa la domenica di Pasqua. C’erano circa cinquanta persone coinvolte in quella scena. Io dovevo camminare sul palco con un cestino di uova e cercare di venderle ad uno dei personaggi principali dell’opera.
Ero una piccola bimba molto nervosa quando feci il mio debutto. Ma quando venne il momento di recitare il mio ruolo, lo feci senza esitazioni, rapidamente, e inciampai così in diversi attori, e sparsi le uova per tutto il palcoscenico. Molte si ruppero e gli attori nelle vicinanze cominciarono a scivolare e a cadere. Altri saltellavano di qua e di là cercando di evitare quel pasticcio scivoloso.
A turno caddero l’uno sull’altro e ben presto la maggior parte degli attori finì sul pavimento del palcoscenico. Il pubblico cominciò a ridere e a ridere. Mio padre divenne sempre più arrabbiato ad ogni scoppio di risa. A quel punto, mia madre affannosamente mi fece cenno da dietro il sipario di lasciare la scena immediatamente. “Quest’opera è una tragedia e tu, da sola, l’hai trasformata in una farsa” urlò mio padre tenendomi per aria con entrambe le mani.
“Non metterai più piede sul palcoscenico!” Non appena lasciò la presa, corsi piangendo da mia madre, che mi prese da parte e disse con voce calma: “Non preoccuparti tesoro, tuo padre dimenticherà presto la sua arrrabbiatura. Adesso vai a giocare con i tuoi amici.” Mio padre, secondo le previsioni di mia madre, si calmò entro pochi giorni e alla fine della settimana, mi disse che avrei avuto una seconda opportunità ma, questa volta, tutte le uova dovevano essere sode!
***
La mia seconda grande occasione in teatro si presentò, mentre mia madre stava recitando in “Marie Antoinette”. Io interpretavo il ruolo di suo figlio e mio zio Gustavo era il malvagio Marat. Ad un certo punto dell’opera, mio zio mi strappò dalle braccia di mia madre ed io, mi spaventai davvero. Ero così terrorizzata che morsi il suo naso finto, che cadde immediatamente nella sua ampia giacca durante la lotta. Fortunatamente, il pubblico non vide il naso cadere. Il giorno seguente, i critici teatrali scrissero che ero destinata a diventare una brava attrice come mia madre e dissero che per come avevo urlato, sembrava che fossi realmente spaventata”. Ed è proprio vero che lo ero!
***
La nostra compagnia viaggiò per tutta Europa ed io continuai a recitare piccole parti ovunque andassimo. Quando compii otto anni, i giorni in cui mordevo i nasi erano già lontani, e infine i miei colleghi del teatro cominciarono a considerarmi una vera attrice. Mi diedero ruoli più importanti come la parte di ingenua in “Zaza” l’adattamento teatrale della famosa opera di Leoncavallo.
Dovevo parlare con mia madre per tutto il terzo atto. (Molto più tardi nella mia vita, recitai anche il ruolo della madre di Zaza. Avevo solo vent’anni e dovettero truccarmi perché apparissi come una cinquantenne) Nel 1913 eravamo a Milano. Una notte mentre stavamo ritornando al nostro hotel, dopo la rappresentazione de “La Lupa” al Teatro Nazionale in Piazza Piemonte, un uomo molto alto e dall’aspetto fragile, fermò mio padre e disse: “Sua Eccellenza, mi scusi, per favore, lei probabilmente non si ricorda di me, ma io ho lavorato per la sua compagnia quando eravate in Perù.
Deve ricordarsi di quel viaggio avventuroso a dorso d’asino sulle Ande. Quelle parole catturarono subito l’attenzione di mio padre. “Sì, mi ricordo l’evento, ma sfortunatamente non ricordo lei.” “Ero uno dei vostri interpreti sul treno e durante la vostra permanenza a Lima. Mi spiace disturbare lei e la sua famiglia a quest’ora tarda, ma mi è stato detto che eravate in città ed ho una proposta d’affari a cui potrebbe essere interessato.”
A quel punto, sia mia madre che mio padre cominciarono a farsi molto sospettosi e nervosi. Mia madre strinse forte la mia mano e toccò col gomito mio padre, cercando di indurlo a concludere la conversazione e ad andarsene. Ma mio padre, per qualche ragione, continuò: “Gentile signore, questo non è né il luogo né l’ora per condurre affari. Se pensa che sia una questione importante, allora passi dal teatro domani mattina alle dieci e potremo discuterne adeguatamente.”
“Mi chiamo Vincenzo Perugia. Buona notte signora, barone e signorina. A domani.” Disse l’uomo alzando il cappello, voltandosi e allontanandosi di buon passo. “C’è un uomo che l’aspetta nel salotto, barone. È qui da più di un’ora e sembra molto nervoso. Devo chiamare la polizia?” Chiese il guardiano preoccupato, la mattina successiva. “No, disse mio padre, “Ho un appuntamento con lui. Va tutto bene.” Il signor Perugia si alzò e strinse la mano di mio padre, dicendo: “Sarebbbe meglio fare una passeggiata insieme e discutere la mia proposta in privato.”
“Signor Perugia, non sono abituato a discutere di affari in questo modo. Per favore, esponga adesso la sua proposta o altrimenti dovremo concludere questa conversazione immediatamente,” rispose mio padre. Il signor Perugia scrutò la stanza, respirò profondamente ed infine disse: “Molto bene, verrò rapidamente al punto. Lei conosce il famoso dipinto di Leonardo chiamato Monna Lisa?” “Certamente,” rispose mio padre: “Si trova nel Museo del Louvre a Parigi.”
“No, non è più lì” continuò il signor Perugia. È stato rubato da patrioti italiani con l’intenzione di restituirlo al loro governo. Napoleone lo rubò prima al nostro paese ed ora dovrebbe essere rimesso al suo posto.” “Signor Perugia, prima di tutto, il suo racconto non è corretto. Leonardo portò il quadro con sé quando si trasferì in Francia. Non fu rubato da Napoleone. In secondo luogo, che cosa ho a che fare io con tutto ciò?” “Barone, tra tutti i suoi amici e colleghi lei deve conoscere qualcuno che potrebbe essere interessato ad avere questo quadro,” continuò il signor Perugia guardandosi ancora attorno nervosamente.
“La consiglio di riferire immediatamente qualunque informazione di cui è in possesso direttamente alle autorità italiane,” rispose mio padre. Il signor Perugia apparve scoraggiato. Si alzò lentamente dal divano. “Sapevo che questa sarebbe stata la sua risposta, ma non mi arrenderò!” Con ciò, lasciò la stanza e uscì dall’entrata principale del teatro. “Adesso puoi chiamare la polizia,” disse mio padre al guardiano. La Monna Lisa fu presto recuperata dalla polizia.
Vincenzo Perugia, un’ex guardia di sicurezza del Museo del Louvre, venne accusato del furto. Fu processato dal Tribunale italiano e mandato in prigione per un anno e quindici giorni. I giornali descrissero l’evento come il più grande furto d’arte del ventesimo secolo. Quando chiedevo a mio padre se avesse avuto a che fare, in qualche modo, con la restituzione della Monna Lisa, mi rispondeva sempre con una risata: “Cosa ne pensi, mia cara?”
***
Quell’anno, l’Italia dichiarò guerra alla Turchia e vinse una serie di battaglie navali e il successivo Trattato di Losanna cedette Tripoli all’Italia. Il Ministero italiano degli Affari Esteri ben presto contattò mio padre e lo convinse che era un atto patriottico aiutare l’Italia a diffondere la sua gloriosa cultura nell’Africa Settentrionale. Mia madre e mio padre infine, decisero che si sarebbero esibiti per una settimana a Tripoli, dopo che il governo italiano assicurò che avrebbe provveduto un’adeguata sicurezza e sostegno all’intera compagnia.
“Tripoli, bel suol d’amore” era la canzone che la maggior parte degli italiani cantava nei giorni in cui ci imbarcammo per il nostro viaggio sull’oceano verso la nuova colonia. All’arrivo, fummo ricevuti dal Governatore coloniale, Marco Righetti, che ci scortò all’Hotel Excelsior, che con nostra sorpresa, rispettava tutti gli standard di confort e pulizia. Per l’intera settimana rappresentammo l’opera “Nica” di Nino Martoglio diventata ormai famosa. Il pubblico, composto soprattutto da immigranti italiani con le loro famiglie, era entusiasta, e continuava ad applaudirci alzandosi in piedi con innumerevoli chiamate alla ribalta dopo ogni performance.
Poiché ogni spettacolo in programma andava tutto esaurito prima del nostro arrivo, il Governatore supplicò mio padre di rimanere una settimana in più, per accontentare tutti coloro che richiedevano di vedere Mimi Aguglia e la Nuova Compagnia Italiana. Eravamo sorpresi ed entusiasmati dagli immigranti italiani che incontrammo durante la nostra permanenza. Molti di loro erano proprietari che conducevano grandi fattorie o altri affari a Tripoli e nelle vicinanze.
Tutti lavoravano bene con la popolazione locale, che generalmente sembrava gradire la loro presenza, soprattutto perché più italiani entravano nel paese e più si creavano possibilità di lavoro per gli abitanti del luogo. Alla partenza, migliaia di ammiratori si raccolsero sul molo, cantando canzoni patriottiche italiane e gettandoci fiori, mentre la nostra nave salpava. Ci fermammo la notte a Palermo e alloggiammo all’Hotel Palazzo Centrale, su Piazza Pretoria in centro. All’arrivo, il concierge diede a mio padre una busta così indirizzata: “Personale per Sua Eccellenza il barone Vincenzo Ferraù”.
Non appena ebbe letto il contenuto una smorfia apparve sul suo viso. Sia mia madre che io tememmo che delle cattive notizie stessero per arrivare. Quando chiesi che cosa contenesse la lettera, mio padre rispose: ‘Niente che possa interessarti, mia cara. Si tratta di affari del teatro.” Passò la busta a mia madre dicendo: “Dopo averla letta distruggila e ne parleremo dopo.”
Mio padre non mi disse mai quale fosse il contenuto della lettera, ma mia madre, quando fui più grande, mi informò infine, che conteneva una minaccia anonima contro la nostra famiglia, con l’obbligo di lasciare la Sicilia. La mattina seguente, prendemmo il treno per Catania e ancora una volta raggiungemmo i miei fratelli e il resto della famiglia alla nostra amata villa. Notai che sembravano esserci più guardie attorno alla nostra casa di quante ne ricordassi ed ora erano sempre armate. Quando espressi i miei timori a mia madre, lei mi disse che non c’era niente di cui preoccuparsi, ma questo non sembrò alleviare la mia sensazione di insicurezza.
Chiesi ai miei fratelli se la mia preoccupazione fosse giustificata. Loro mi risposero che mi preoccupavo per niente e di rilassarmi e divertirmi finché ne avevo la possibilità, prima della partenza per un’altra tournée teatrale.
-- Continua alla prossima puntata
Related websites:
www.argentinabrunetti.com (The weekly "Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine”)
www.argentinabrunetti.com/it (An Italian language version of Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine, with particular emphasis on the Italian film industry)
www.insiciliancompany.com (A synopsis of the book in English and where to buy it plus a bio of Argy & press release)
www.incompagniasiciliana.com (The above web site translated into Italian)