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Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor

Capitolo XXVIII

That's Amore...

-- Continua dalla puntata precedente

Dopo essere rimasto “incatenato” per un mese, Mario infine ci convinse di permettere a un suo amico di guidare la sua macchina, per poter partecipare ad una festa per festeggiare i diplomati della scuola di Laurel Canyon. Era importante che arrivassero con la macchina di Mario, dato che la sua “cavalcatura” era “superganza”.

Dopo che ci fummo assicurati che il suo amico Harry che avrebbe dovuto guidare, avesse una sufficiente copertura assicurativa, accettammo riluttanti. Sfortunatamente, Mario trascurò di informare Harry che la porta accanto al guidatore doveva essere chiusa con forza perché era difettosa. Mentre superavano una curva stretta nel Canyon, la porta si aprì inaspettatamente e Harry, che vi era appoggiato, cadde fuori. Dal sedile posteriore, Mario urlò al suo amico seduto davanti di schiacciare il freno, ma nel panico che seguì il giovane spaventato premette invece sull’acceleratore e la macchina andò giù per la collina sobbalzando.

Fortunatamente, passò attraverso diverse siepi che rallentarono la velocità e finì poi contro il portico di una casa. Fu chiamata la polizia. Fu effettuata la prova etilometrica e con sorpresa dei proprietari della casa il cui giardino e portico erano stati distrutti, tutti vennero dichiarati sobri. La “cavalcatura superganza” era ridotta a un relitto con la carrozzeria accartocciata ed un telaio distrutto ed irriconoscibile, ma fortunatamente tutti i passeggeri erano illesi.

Persino Harry, che era caduto dalla macchina, si alzò e camminò fino al luogo dello scontro finale per aiutare i suoi amici ad uscire dalla macchina distrutta. Mio figlio infine ricevette venticinque dollari dallo sfasciacarrozze e per settimane si comportò come se avesse perso il suo migliore amico, ma il tutto fu superato quando poté riprendere a guidare. Mario comprò una Ford coupé del 1949 e cominciò di nuovo il processo di trasformazione.

La fortuna, comunque, ci sorrise per quanto riguarda Mario. Si diplomò alla scuola superiore senza ulteriori disastri automobilistici, andò al college ed ottenne una laurea in economia e commercio dall’università Calstate di Los Angeles. Dopo la laurea nel 1963, si arruolò nell’Aviazione americana. Dopo la sua nomina a Luogotenente in seconda, ritornò a casa e sposò la sua fidanzatina del college, Georgia Haveles.

Mi regalarono anche quattro meravigliosi nipoti: James, Christopher, Michelle e Gary. Ci deve essere una sorta di equilibrio nella vita che fa sì che i momenti belli vengano controbilanciati da altri molto negativi o almeno questo fu quello che pensai nel gennaio del 1966, quando a mio marito fu diagnosticato un cancro al pancreas all’età di cinquant’otto anni.

Tutti i cibi sani del mondo ed i medici specialisti non riuscirono ad arrestare il dolore e l’agonia che per sei mesi, len- tamente distrussero mio marito. Mio figlio e mia nuora erano asse- gnati in Nevada a quel tempo e ci avevano appena dato il nosto primo nipotino, ma rifiutai di informarli della serietà delle condizioni di Miro fino alla fine. Per peggiorare ulteriormente le cose, mia madre era venuta a vivere con noi a causa delle sue ricorrenti crisi depressive. Se non fosse stato per le preghiere ed il conforto di Maria, non penso che avrei potuto superare quel periodo.

Il 5 luglio 1966, il mio compagno per ventisette meravigliosi anni, fu sepolto nel cimitero Holy Cross di Los Angeles. Durante il servizio funebre, il Presidente dell’Associazione della Stampa Estera elogiò Miro per essere stato, non solo un marito e un padre affettuoso, ma anche una figura di fondamentale importanza nella trasformazione dell’Associazione in quella organizzazione altamente professionale e rispettata che continua ad essere tutt’oggi.

Considerando il mio retroterra giornalistico, così come gli articoli che avevo scritto ultimamente, l’Associazione volle che io occupassi il posto vuoto lasciato da Miro, cosa che ho sempre considerato un grande onore ed un privilegio per più di quarant’anni. I tempi stavano cambiando in America, con la protesta contro la guerra del Vietnam che stava facendosi sempre più sentire, e i nostri figli che stavano morendo di nuovo in un’altra guerra.

Diversamente dalla Seconda Guerra mondiale, in cui eravamo uniti come nazione contro un comune nemico, ora il nemico sembrava essere tra noi, con l’intero paese diviso. Io ero fiera che mio figlio fosse un militare, ma per ogni persona che la pensava come me, ce n’era un’altra che era convinta del contrario. Chi aveva ragione? Immagino che tutti l’avessimo. Mi ricordai quello che il mio buon amico Oreste Seragnoli disse una volta quando gli chiesero perché non avesse avuto paura durante i giorni bui della Seconda Guerra mondiale.

Lui rispose con delle parole che sono ora famose: “Perché Dio si prende cura dei folli, degli ubriachi e degli Stati Uniti d’America.” Cominciai a sorridere tra me e me e poi pensai a quella famosa battuta di Scarlett O’Hara che concludeva “Via col vento”: “Domani è un altro giorno”. Così, considerai da allora il mio bicchiere sempre mezzo pieno e andai avanti cercando di ottenere il meglio dalla restante parte della mia vita.

Capitolo XXIX

La mia “Vita meravigliosa” continua!

Nel 1964 mia madre fece la sua ultima apparizione televisiva interpretando una contessa italiana in un episodio chiamato appro- priatamente “Roma non ti lascerà mai” per la serie del Dottor Kildare. Aveva avuto problemi nel ricordare le sue battute ed infine decise di ritirarsi completamente dalle scene.

Ben presto, la sua artrite le impedì di fare le scale che portavano alla nostra casa e poi ancor più su alla sua camera da letto al secondo piano. A quel punto, prendemmo in considerazione la possibilità di mandarla a vivere nella nuova casa di riposo per attori di Woodland Hills. Là, avrebbe ricevuto sul posto tutte le cure di cui aveva bisogno e, cosa più importante, sarebbe stata circondata da attori e attrici della sua età, invece di stare a casa nostra da sola tutto il giorno, dato che Miro, io e Maria stavamo ancora lavorando.

Dopo essere andati a visitare il posto con mia madre ed averla fatta parlare con lo staff ed alcuni dei residenti, decise che sarebbe stato nell’interesse di tutti se lei fosse andata a vivere lì. Andavamo a visitarla nei week- end e presto scoprimmo che si era fatta molti amici e sembrava essere molto più rilassata di quando era a casa. La vita di mia madre nella casa di riposo della Motion Pictures era decisamente migliorata finché cominciò ad avere degli sbalzi di pressione eccessivi.

I dottori cercarono di abbassare la pressione con dei farmaci, che evidentemente ebbero un effetto negativo su di lei ed infine la condussero alla morte. Mimi Aguglia morì il 31 luglio del 1970 e venne dato un servizio commemorativo in suo onore a cui parteciparono i suoi molti amici e parenti, prima della sepoltura al Cimitero Holy Cross. Aveva vissuto i suoi ottantasei anni pienamente, dedicando tutta se stessa alla sua arte e onorando il paese dov’era nata e quello che l’aveva adottata.

Anthony D’Amico era presente al funerale e alla fine venne verso di me e disse: “Sua madre non era solo una grande attrice, ma anche una grande patriota. Anche se i suoi molti atti eroici e disinteressati non possono ancora essere raccontati, un giorno lo saranno e lei sarà ancora più orgogliosa di lei di quanto lo sia ora.” Provai un grande dolore per molto tempo quando mia madre morì.

Era particolarmente difficile nelle notti d’estate quando prima di addormentarmi ascoltavo il canto dei grilli e mi ricordavo di quando, da bambina, stavo con lei nella nostra amata Villa Mimi. Poi però pensavo alle parole che mia madre aveva detto con affetto a mio padre tanti anni prima: “ Come sempre, mio caro, ciò che dici è sensato” sorridevo e mi addormentavo rapidamente.

Nel 1972 gli incarichi di mio figlio nell’Aeronautica portarono lui e la sua famiglia a Napoli, dove fu assegnato alla base della NATO. Decisi di visitarli in giu- gno per essere presente alla nascita della loro bambina, Michelle. Appena arrivai, Maria Bazzano mi chiamò da Los Angeles, dicendo che il mio agente, Angie Vitt, stava cercando disperatamente di mettersi in contatto con me. Mi chiedeva di partecipare ad un provino per la parte della moglie di Marlon Brando nel film “Il Padrino”. Non ci pensai su due volte.

Ci sarebbero stati altri film, ma la nascita della mia prima nipotina era un dono che si presentava una volta sola nella vita. Perciò chiesi a Maria di dire a Angie che non sarei potuta tornare per il provino. Il ruolo fu poi dato a Morganna King. Anche considerando il grande successo che il film ebbe, sono tuttora convinta che feci la scelta giusta.

-- Continua alla prossima puntata

Related websites:

www.argentinabrunetti.com (The weekly "Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine”)
www.argentinabrunetti.com/it (An Italian language version of Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine, with particular emphasis on the Italian film industry)
www.insiciliancompany.com (A synopsis of the book in English and where to buy it plus a bio of Argy & press release)
www.incompagniasiciliana.com (The above web site translated into Italian)

 

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